Volkswagen, dal Maggiolino ai sistemi d’arma: la crisi dell’auto spinge la riconversione militare dello stabilimento di Osnabrück

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il gruppo automobilistico tedesco Volkswagen, messo in ginocchio dalla concorrenza cinese e dalle difficoltà nella transizione all’elettrico, starebbe valutando un'ipotesi che fino a pochi anni fa sarebbe apparsa quantomeno eretica: la riconversione di uno dei suoi stabilimenti storici per la produzione di componenti destinati a sistemi di difesa aerea, in particolare per il celebre Iron Dome israeliano. A confermare i contatti in corso con aziende del comparto militare, tra cui spicca la Rafael Advanced Defense Systems, è stato lo stesso amministratore delegato del gruppo, Oliver Blume, intervenuto a un evento organizzato dal quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung a Francoforte.

Le trattative, rivelate in anteprima dal Financial Times, riguarderebbero il sito produttivo di Osnabrück, un impianto che dà lavoro a circa 2.300 persone e che, nell'ambito di un piano di tagli da 50.000 posti entro il 2030, rischiava di cessare la produzione di veicoli entro il prossimo anno. L’idea, al momento sul tavolo, prevede la riconversione della fabbrica per realizzare componenti non letali del sistema Iron Dome: si parlerebbe quindi di telai per i lanciatori, camion pesanti per il trasporto dei missili e generatori elettrici, lasciando la produzione degli intercettori (i missili veri e propri) a un impianto specializzato che Rafael intende aprire separatamente in Germania.

L’industria automobilistica tedesca alla prova della nuova geopolitica

La situazione in cui versa Volkswagen rappresenta, di fatto, l’emblema di una fase di trasformazione epocale per l’industria europea. Da un lato, il calo verticale degli utili—si parla di un crollo del 53,5% dell’utile operativo nel 2025—ha reso insostenibile mantenere inalterata la capacità produttiva destinata esclusivamente al settore civile. Dall’altro, il contesto geopolitico, segnato dalla guerra in Ucraina e dalla conseguente corsa al riarmo europeo (con piani di spesa militare che superano i 500 miliardi di euro), ha creato un mercato in forte espansione per l’industria della difesa, offrendo una potenziale ancora di salvezza per le fabbriche in crisi.

Non si tratta di un caso isolato. Il colosso automobilistico tedesco ha già una certa familiarità con il settore militare attraverso la controllata MAN, che produce camion per l’esercito in joint venture con la Rheinmetall. Tuttavia, l’operazione con Rafael avrebbe un peso simbolico ben più marcato, segnando un ritorno alla produzione bellica per un marchio che, fin dalla sua fondazione negli anni Trenta, è stato legato a doppio filo alla storia industriale e civile della Germania, salvo poi sporcarsi le mani con l'uso di lavoro forzato durante il regime nazista. La differenza sostanziale, oggi, risiede nella direzione del riarmo: una collaborazione con un’azienda israeliana per la difesa antimissile, in un Paese come la Germania che si configura tra i più solidi sostenitori di Israele in Europa.

La questione occupazionale e le variabili sindacali

Al di là delle implicazioni geopolitiche, il nodo centrale della trattativa resta quello legato alla sopravvivenza del sito produttivo e alla volontà dei lavoratori. Secondo quanto riportato da fonti vicine alla trattativa, l’obiettivo dichiarato sarebbe quello di salvare tutti i 2.300 dipendenti, con la prospettiva di un potenziale ampliamento dell’organico nel medio periodo. La riconversione, a detta degli stessi dirigenti, richiederebbe investimenti relativamente limitati, con la possibilità di avviare la produzione entro 12-18 mesi, a condizione che si trovi l’accordo con le rappresentanze sindacali e che i lavoratori accettino il passaggio dalla produzione di automobili a quella di componenti militari.

Blume ha comunque tenuto a precisare, nel suo intervento a Francoforte, che l’eventuale attività del gruppo nel settore della difesa si concentrerebbe esclusivamente sul "trasporto militare", ovvero la competenza chiave dell’azienda, escludendo espressamente il coinvolgimento diretto nella fabbricazione di veri e propri "sistemi d’arma". Una distinzione, quest’ultima, che appare tuttavia piuttosto sottile, considerando che i componenti logistici e i lanciatori sono parte integrante e indispensabile di un sistema offensivo-difensivo come l’Iron Dome. Le interlocuzioni con Rafael rappresenterebbero, al momento, il tentativo più strutturato e visibile da parte dell’automotive tedesco per arginare la crisi abbracciando la nuova domanda di sicurezza del continente.

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