Volkswagen, dalla fabbrica delle auto alla produzione di componenti per lo scudo antimissile Iron Dome
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Redazione Economia
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C’è un’operazione in corso che mescola crisi industriale, geopolitica e un ritorno al passato piuttosto ingombrante. La Volkswagen, il colosso automobilistico tedesco che sta attraversando una delle fasi più complesse della sua storia recente, si trova a negoziare con un’azienda israeliana della difesa, la Rafael Advanced Defense Systems, per dare una seconda vita a uno stabilimento destinato alla chiusura. Non si tratta di produrre una nuova auto elettrica o di riconvertire le linee per un modello più richiesto, ma di fabbricare componenti per il sistema di difesa aerea Iron Dome, la famosa “cupola d’acciaio”.
L’impianto in questione è quello di Osnabrück, nella Bassa Sassonia, dove attualmente lavorano circa duemilatrecento persone il cui futuro occupazionale, va detto, è appeso a un filo sottilissimo. La produzione automobilistica in quel sito, destinata a cessare entro il prossimo anno nell’ambito di un piano di riduzione dei costi senza precedenti, ha spinto il gruppo a cercare alternative altrimenti impensabili. Il piano, ancora in fase di definizione e rivelato dal Financial Times, prevedrebbe una riconversione completa: addio ai montaggi per il settore civile, benvenuti ai veicoli pesanti che trasportano i missili, ai lanciatori e ai generatori di energia.
Un’alleanza industriale che nasce dalla necessità
La trattativa, che secondo fonti vicine al dossier godrebbe del sostegno attivo del governo federale tedesco, rappresenta l’esempio più lampante di una tendenza che sta prendendo piede in Europa: l’industria automobilistica, messa in ginocchio dalla concorrenza cinese e dalle difficoltà nella transizione all’elettrico, cerca rifugio nel comparto della difesa, uno dei pochi in forte espansione garantita. Il contesto internazionale, con la guerra in Ucraina e il deterioramento del quadro geopolitico generale, ha spinto Bruxelles e Berlino a lanciare piani di riarmo imponenti, con la Germania che prevede di investire centinaia di miliardi di euro nella difesa entro la fine del decennio.
Per Volkswagen si tratterebbe, d’altronde, di un ritorno simbolico ma sostanziale a un passato che l’azienda ha a lungo cercato di lasciarsi alle spalle. Durante la seconda guerra mondiale, il gruppo produsse veicoli militari e persino le famigerate bombe volanti V1 per la Wehrmacht. Oggi, pur essendo già presente nel settore attraverso una joint venture tra la controllata MAN e il colosso degli armamenti Rheinmetall per i camion militari, un accordo diretto con Rafael per la riconversione di un intero stabilimento avrebbe un peso politico e industriale ben diverso.
Dettagli dell’intesa e il nodo dei lavoratori
Secondo le indiscrezioni, il progetto prevede che lo stabilimento di Osnabrück si occupi della produzione di componenti per l’Iron Dome, ma non dei missili stessi, che richiederebbero siti altamente specializzati e per i quali Rafael punta a realizzare una propria filiera in Germania. I tempi, qualora si arrivasse alla firma, sarebbero piuttosto serrati: con investimenti ritenuti contenuti – visto che si sfrutterebbero infrastrutture e capannoni già esistenti – la produzione potrebbe partire in un arco temporale compreso tra i dodici e i diciotto mesi.
Resta aperta, e tutt’altro che secondaria, la questione legata al consenso dei dipendenti. Il passaggio dalla produzione di auto a quella di sistemi d’arma solleva interrogativi etici e sindacali non indifferenti, e la decisione finale spetterà ai lavoratori stessi, chiamati a esprimersi su una riconversione che rappresenta una scommessa tanto sul piano occupazionale quanto su quello della coscienza individuale. L’obiettivo dichiarato dalle parti, come rivelato da una fonte anonima, è ambizioso: “salvare tutti, forse addirittura crescere”, anche se il potenziale di un’operazione del genere si scontra con la delicatezza di un’alternativa che, per molti, potrebbe apparire come un’estrema ratio.




