Volkswagen, dalla crisi dell’auto ai possibili componenti per lo scudo Iron Dome
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Redazione Economia
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L’industria automobilistica europea, un tempo locomotiva indiscussa del Vecchio Continente, attraversa una fase di trasformazione forzata che ne sta ridisegnando i confini, spingendo persino colossi come Volkswagen a valutare scenari fino a pochi anni fa impensabili. Il gruppo di Wolfsburg, messo in ginocchio dalla feroce concorrenza cinese nel settore elettrico e da una domanda interna in calo costante, ha avviato contatti ufficiali con il comparto della difesa per evitare il collasso di uno dei suoi stabilimenti storici. La conferma è arrivata dall’amministratore delegato Oliver Blume, intervenuto a un evento organizzato dal quotidiano “Frankfurter Allgemeine Zeitung” a Francoforte, dove ha dichiarato che l’azienda sta discutendo con diverse realtà del settore militare per riconvertire la produzione di Osnabrück, in Bassa Sassonia.
Lo stabilimento in questione, che impiega circa 2.300 lavoratori, era destinato a chiudere i battenti con l’uscita di scena del modello T-Roc Cabriolet, un destino segnato dall’eccesso di capacità produttiva che affligge la casa madre. Secondo quanto ricostruito dal Financial Times, il piano attualmente sul tavolo prevede una collaborazione con l’israeliana Rafael Advanced Defense Systems, la società che ha sviluppato il sistema di difesa aerea Iron Dome. L’intesa, che rappresenterebbe un caso quasi unico nella storia recente del settore, non riguarderebbe la produzione dei missili intercettori – destinati a una struttura specializzata – ma la fabbricazione di componenti chiave: dai camion pesanti per il trasporto dei lanciatori ai generatori di potenza, sfruttando le competenze logistiche e meccaniche che da decenni contraddistinguono la produzione Volkswagen.
Questa drammatica sterzata verso l’economia di guerra, per quanto sorprendente se letta in controluce rispetto all’iconico Maggiolino, si inserisce in un contesto geopolitico e industriale preciso, che vede la Germania spingere per un massiccio piano di riarmo sostenuto anche dalle principali forze politiche europee. Le difficoltà finanziarie del gruppo sono note: l’utile operativo è crollato del 53,5% nel 2025, toccando il punto più basso dal periodo dello scandalo “Dieselgate”, mentre i margini si assottigliano a causa della transizione elettrica e delle barriere tariffarie imposte dagli Stati Uniti. Per Volkswagen, insomma, convertire una fabbrica che produceva auto civili in un sito per la difesa non è solo una questione di adattamento strategico, ma una necessità concreta per preservare i posti di lavoro e dare un futuro industriale a un impianto che altrimenti rischierebbe la dismissione definitiva.
L’ombra di Rheinmetall e la competizione per gli stabilimenti
Prima di avvicinarsi a Rafael, il management di Volkswagen aveva sondato il terreno con il colosso tedesco della difesa Rheinmetall, valutando la possibilità di una cessione totale dello stabilimento. Le trattative, però, si sono arenate a metà marzo, quando il gruppo guidato da Armin Papperger ha declinato l’offerta, pur riconoscendo l’eccellente conformazione del sito di Osnabrück per la produzione di veicoli corazzati. Non è un dettaglio secondario: Rheinmetall, il cui valore in Borsa ha recentemente superato quello dei big dell’auto tedeschi come Bmw e Mercedes, è in prima linea nella riconversione degli ex siti automobilistici, avendo già avviato la trasformazione di due stabilimenti propri a Berlino e Neuss.
La partita per Osnabrück, quindi, si gioca ora sulla capacità di Volkswagen di inserirsi rapidamente nelle catene di fornitura della difesa. La scelta di Rafael, partner tecnologico d’eccellenza nell’ambito della difesa aerea, è indicativa di una strategia che punta a sfruttare i fondi europei del piano ReArm Europe (un pacchetto da 800 miliardi di euro) per finanziare la riconversione. I tempi previsti per l’avvio della produzione, nell’ipotesi di un via libera definitivo, si aggirano tra i dodici e i diciotto mesi, un lasso di tempo relativamente breve che testimonerebbe la volontà di non disperdere il know-how accumulato dagli operai specializzati.
Le trattative e il nodo della rappresentanza sindacale
Nonostante l’ottimismo mostrato dalle fonti vicine alle trattative, che parlano della possibilità di “salvare tutti, forse addirittura crescere” in termini occupazionali, il passaggio dalla produzione civile a quella militare non è scontato. La conversione deve ancora superare il vaglio del consiglio di fabbrica, un organismo dotato di poteri significativi secondo la legislazione tedesca in materia di cogestione, che potrebbe sollevare obiezioni di natura etica o contrattuale legate al cambio di destinazione produttiva. Inoltre, Oliver Blume ha tenuto a precisare che, sebbene i contatti siano in corso, nessuna decisione definitiva è stata ancora ratificata, cercando di stemperare le aspettative su un accordo che, per quanto promettente, rimane condizionato da variabili complesse.
Parallelamente, il governo tedesco, con il sostegno dichiarato del cancelliere Friedrich Merz, osserverebbe con favore l’operazione, interpretandola come una risposta concreta alla necessità di garantire all’Europa una maggiore autonomia nel settore della difesa, riducendo la dipendenza da fornitori extracontinentali. Per Rafael, l’insediamento in Germania rappresenta un passaggio cruciale per consolidare la propria presenza europea, sfruttando la vicinanza geografica ai potenziali clienti istituzionali del Vecchio Continente che, di fronte all’aggressione russa in Ucraina, stanno accelerando gli investimenti nei sistemi di difesa aerea.
Il contesto della crisi e il futuro dello stabilimento
La parabola dello stabilimento di Osnabrück è emblematica della crisi strutturale che attanaglia l’automotive tedesco. Le esportazioni nette di auto dalla Germania si sono dimezzate negli ultimi anni, un effetto combinato della concorrenza asiatica e della complessa transizione verso la mobilità elettrica, che ha lasciato molte fabbriche con una capacità produttiva inutilizzata. In questo scenario, la difesa si configura come un’ancora di salvezza industriale: non solo per Volkswagen, ma per l’intera filiera di fornitori (da Continental a Bosch) che già stanno riconvertendo parte delle loro attività verso settori ad alta intensità tecnologica come l’aerospazio e la sicurezza informatica.
L’accordo con Rafael, se finalizzato, segnerebbe un ritorno alla produzione bellica per Volkswagen a quasi ottant’anni di distanza dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando le fabbriche del gruppo erano impiegate nella costruzione di veicoli e armamenti per il regime nazista. Tuttavia, a differenza di quel lontano precedente storico, la riconversione odierna avviene sotto la spinta di una crisi economica interna e della volontà politica europea di colmare il gap di spesa militare, un paradosso che trasforma un’ex fabbrica di auto in un potenziale tassello dello scudo antimissile che molti Paesi europei intendono schierare nei prossimi anni.




