La guerra in Iran, dodicesimo giorno: il Golfo in fiamme e la sorte del nuovo leader

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Dodicesimo giorno di guerra, e quelle che erano state le speranze, forse frettolose, del presidente americano Donald Trump in un conflitto lampada si infrangono contro la resilienza, per molti versi inaspettata, degli ayatollah. La macchina bellica iraniana, lungi dall'essere paralizzata, mostra una capacità offensiva che tiene sotto scacco l'intera regione del Golfo, con particolare accanimento verso quegli stati che ospitano basi e interessi statunitensi. Lo stretto di Hormuz, vero e proprio imbuto del commercio energetico mondiale, è di fatto una polveriera: tre navi cargo sono state colpite da "proiettili sconosciuti" nelle ultime ore, secondo quanto riportato dalla agenzia marittima britannica, mentre fonti della difesa statunitense parlano di una dozzina di mine piazzate dai Pasdaran nelle acque strategiche, una mossa che, se confermata, renderebbe la via d'acqua un campo minato galleggiante con conseguenze inimmaginabili per le forniture di petrolio.

Il Pentagono, dal canto suo, rivendica di aver distrutto sedici imbarcazioni iraniane dedite alla posa di ordigni, ma Teheran rilancia: il portavoce del quartier generale militare, Ebrahim Zolfaqari, ha ribadito che "non permetteremo che nemmeno un litro di petrolio raggiunga gli Stati Uniti, Israele e i loro partner", lasciando presagire un'escalation verticale nel controllo militare della via d'acqua. L'aviazione israeliana, intanto, continua senza sosta la sua campagna contro le postazioni di Hezbollah in Libano, dove il numero degli sfollati, secondo fonti locali, ha oramai superato le 735mila unità, mentre le difese aeree di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait sono state nuovamente impegnate a neutralizzare una pioggia di droni e missili balistici lanciati dall'Iran. Particolarmente violento è parso l'attacco contro l'aeroporto di Dubai, un attacco che ha provocato almeno quattro feriti e che testimonia come il conflitto abbia oramai valicato i confini dei tradizionali teatri bellici per colpire il cuore pulsante dell'economia e del turismo dei Gulf state.

A rendere ancora più complesso e opaco lo scenario in questa fase della guerra, si aggiungono le voci, contrastanti e difficili da verificare, sulle reali condizioni della nuova guida suprema iraniana. Fonti vicine ai Guardiani della Rivoluzione avevano inizialmente diffuso la notizia che l'Ayatollah Mojtaba Khamenei, figlio del leader storico Ali Khamenei ucciso nel primo giorno del conflitto, fosse rimasto ferito in un raid. A gettare ulteriore confusione sulla vicenda è intervenuto però Yousef Pezeshkian, figlio dell'attuale presidente iraniano Massoud Pezeshkian, il quale ha dichiarato, attraverso il suo canale Telegram, di aver avuto contatti con persone vicine al nuovo leader e di aver ricevuto rassicurazioni sulle sue buone condizioni di salute, definendolo "sano e salvo". Un'informazione, quest'ultima, che cozza con i report dei servizi occidentali, secondo i quali Khamenei non sarebbe apparso in pubblico dalla sua nomina, verosimilmente sia per ragioni di sicurezza che per le ferite riportate.

Mentre il conflitto divampa, il governo australiano ha dovuto gestire una vicenda umanitaria complessa e dai risvolti inaspettati. Il ministro degli Interni, Tony Burke, ha confermato che sette calciatrici della nazionale femminile di calcio iraniana, insieme a un membro dello staff, sono state autorizzate a rimanere a Canberra e hanno ottenuto asilo politico. Le atlete, giunte in Australia per disputare la Coppa d'Asia prima dello scoppio delle ostilità, avevano manifestato il loro dissenso durante le partite rimanendo in silenzio durante l'inno nazionale, un gesto che le esponeva a seri rischi una volta rientrate in patria. La situazione si è però complicata quando una delle componenti della spedizione ha avuto un ripensamento, ha contattato l'ambasciata iraniana e ha rivelato il luogo esatto in cui le compagne si nascondevano, costringendo le autorità di Sydney a trasferire d'urgenza il gruppo in una nuova località segreta per garantirne l'incolumità. "Abbiamo voluto che non ci fosse fretta, nessuna pressione", ha spiegato Burke, illustrando una procedura che ha messo al centro la dignità della scelta individuale, nonostante il clima di forte tensione e le proteste dei connazionali davanti all'hotel che ospitava la delegazione.

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