Il Natale a Betlemme, tra la tregua e il messaggio di Pizzaballa
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Redazione Esteri
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Le luminarie, dopo un silenzio di due anni, hanno di nuovo acceso piazza della Mangiatoia, mentre una folla, la cui consistenza non si vedeva da tempo, riempiva gli spazi attorno alla basilica. È in questo scenario, segnato da un conflitto ancora vivo ma da una temporanea tregua a Gaza, che il cardinale Pierbattista Pizzaballa ha celebrato la messa di Natale nella Chiesa della Natività, ripristinando una pienezza rituale che era stata sospesa. Il patriarca latino di Gerusalemme, giunto a Betlemme con una processione partita dalla città santa, ha portato con sé, come ha tenuto a precisare, i saluti dei fedeli di Gaza, dove solo pochi giorni prima aveva officiato una funzione. La sua omelia, articolata in periodi densi e riflessivi, ha affrontato senza ambage il paradosso di celebrare la nascita del "Principe della pace" in un contesto storico tutt'altro che pacificato, sottolineando come il divino scelga di manifestarsi proprio dentro le contraddizioni più acute dell'esistenza umana.
La riflessione teologica nella notte sacra
"Dio non attende che la storia migliori per entrarvi", ha affermato Pizzaballa davanti all'assemblea, sviluppando un concetto che ha costituito il fulcro del suo discorso. Egli, ha proseguito il porporato, rifiuta l'idea di creare una realtà alternativa o di attendere una condizione di armonia perfetta, preferendo invece accettare la trama spesso confusa e violenta degli eventi umani. Una tale posizione, che potrebbe apparire astratta, acquista invece un peso concretissimo nella cornice di Betlemme, città il cui accesso è da lungo tempo controllato, e alla cui festività si guarda come a un termometro della situazione regionale. Le sue parole, pertanto, hanno superato i confini di una semplice omelia liturgica, configurandosi come un commento teologico sulla presenza del sacro nell'opacità del presente, un invito a riconoscere un segno di speranza proprio laddove la speranza sembra più fragile.
Il contesto di una celebrazione ritrovata
La ripresa delle celebrazioni pubbliche, con tutto il loro carico simbolico, non cancella d'un tratto le ombre della guerra, i cui echi continuano a risuonare non lontano da lì, come testimoniano i sporadici ma nuovi attacchi aerei segnalati a Gaza nelle ore del Natale. Persino a migliaia di chilometri di distanza, a Times Square, un'insegna con la scritta "Gesù è palestinese, buon Natale" ha voluto riportare l'attenzione, in modo provocatorio, sulle tensioni politiche che gravano sulla terra di Gesù. Elementi, questi, che rendono ancor più significativa la scelta delle autorità civili e religiose locali di tornare a commemorare la nascita di Cristo con una solennità quasi dimenticata, interpretando la tregua non come una mera parentesi ma come un'opportunità, per quanto esigua, di normalità. È in questo spazio precario, sospeso tra il fragore delle armi e il desiderio di quiete, che il messaggio del cardinale ha trovato la sua collocazione più autentica.
Il significato di una rinascita simbolica
Quella descritta da Pizzaballa come una "rinascita" non va dunque intesa come un ritorno a un prima idealizzato, bensì come la capacità di piantare un seme di luce in un terreno ancora arido. La processione, le preghiere, il suono delle campane hanno riacquistato un significato particolare, diventando atti di resistenza spirituale e di affermazione di una presenza, quella cristiana, che in Medio Oriente vive da sempre sfide complesse. La celebrazione, per come si è dispiegata, ha rappresentato un momento di unità per i fedeli locali e per i pellegrini giunti da fuori, i quali hanno potuto vivere, seppur per una notte, l'emozione di un Natale vissuto nella sua integrità. Un fatto, questo, che segna un passo importante nel lungo e faticoso cammino di una popolazione che cerca, giorno dopo giorno, di conciliare la fede con le dure leggi della geopolitica.




