Maltempo in Molise, il Biferno torna a far paura tra evacuazioni e lo scandalo dei 15 milioni mai spesi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La terra rossa del Molise, gonfia d’acqua come non accadeva da anni, trattiene il respiro mentre il livello del Biferno continua a salire inesorabile. Piogge incessanti, quelle che non danno tregua da giorni, hanno trasformato il principale corso d’acqua della regione in un colosso d’acqua fangosa che ora lambisce gli argini di Termoli e Campomarino, costringendo i sindaci a firmare ordinanze di evacuazione che sembrano riportare indietro le lancette del tempo. È il sindaco di Termoli, Nicola Balice, a dover disporre l’allontanamento precauzionale dei residenti di buona parte del quartiere Rio-Vivo Marinelle: quindici strade, tutte abitate, dove l’acqua, salendo silenziosa, ha reso insostenibile la permanenza. Non solo, la situazione è altrettanto critica nel Lido di Campomarino, dove la protezione civile, in coordinamento con la prefettura, ha invitato la popolazione a lasciare le abitazioni con la massima urgenza, in particolare quelle che sorgono nelle immediate vicinanze degli argini.

L’allerta, intanto, è stata elevata al grado massimo, il rosso, e il Centro Coordinamento Soccorsi è stato attivato in via urgente nelle prefetture di Campobasso e Isernia per gestire un’emergenza che coinvolge ormai trenta comuni, con le scuole chiuse e la viabilità in tilt. A rendere il quadro ancora più fosco, e a tradire una certa angoscia tra gli amministratori locali, è l’ombra lunga della diga di Ponte Liscione: il livello dell’invaso, alimentato senza sosta dalle piogge, ha costretto la Protezione Civile regionale a disporre l’apertura completa dello scarico di fondo. Un provvedimento, quello dell’aumento della portata fino a oltre 500 metri cubi al secondo, che se da un lato alleggerisce la pressione sulla diga, dall’altro si traduce in una minaccia concreta per i territori a valle, con il rischio di esondazioni diffuse che si allunga come una scia sinistra fino alla fascia costiera, passando per Palata, Larino, Guglionesi e le aree industriali. In questa corsa contro il tempo, i vigili del fuoco hanno lavorato senza sosta: a Termoli, un automobilista travolto dalla piena del torrente Sinarca si è salvato aggrappandosi a un albero, in attesa dell’arrivo dell’elicottero che lo ha tratto in salvo, uno dei tanti interventi che testimoniano la furia degli elementi.

Il fiume senza difese e il nodo irrisolto dei fondi dimenticati

A rendere la cronaca di queste ore più amara, e a trasformare la semplice emergenza meteo in una questione politica e giudiziaria, è la consapevolezza che quanto sta accadendo oggi è il riflesso di una lunga storia di ritardi e promesse tradite. C’è un filo diretto, concreto e niente affatto rassicurante, che lega l’alluvione del 25 gennaio 2003 a quella che il Molise sta vivendo in questo aprile del 2026. Oltre due decenni fa, lo straripamento del Biferno causò danni ingentissimi, inondando il nucleo industriale e sommergendo interi quartieri. Eppure, da allora, nonostante le parole e gli annunci, il fiume è rimasto sostanzialmente senza difese. Al centro di questa mancata messa in sicurezza c’è una cifra che riecheggia come un mantra: 15 milioni di euro.

Si tratta di fondi stanziati dal Ministero dell’Ambiente e destinati alla regione attraverso un protocollo d’intesa firmato nel lontano 2007, soldi pensati per realizzare opere di contenimento nel tratto compreso tra la diga del Liscione e la foce. Un intervento, quello previsto, considerato indispensabile per scongiurare il ripetersi del disastro. Tuttavia, anno dopo anno, quei milioni sono rimasti lettera morta: progetti bloccati, carte conservate nei cassetti, burocrazia che ha impedito di cantierare le opere necessarie. Tra i progettisti che in passato avevano lavorato a questi interventi, figura anche l’ingegnere Francesco Roberti, oggi ai vertici della Regione Molise, un dettaglio che aggiunge un ulteriore strato di complessità alla vicenda, legando il passato inadempiente alle attuali responsabilità istituzionali. Così, mentre l’acqua batte contro argini non adeguati, l’eco di quello scandalo dei 15 milioni mai utilizzati torna a farsi sentire, alimentando la rabbia di chi vede riproporsi lo stesso identico copione.

Monitoraggio costante e l’ombra lunga di un passato che si ripete

Il Biferno, in queste ore, viene monitorato metro per metro, ma la sensazione è che l’intero sistema di prevenzione stia reggendo solo grazie all’operato delle sale operative e dei volontari. L’allerta diramata dalla Protezione Civile regionale parla chiaro: le criticità idrauliche e idrogeologiche sono previste per le prossime 36-48 ore, con il rischio che la situazione possa ulteriormente aggravarsi a causa della persistenza delle precipitazioni. A Termoli, il Comune ha disposto non solo l’evacuazione delle zone residenziali più esposte, ma anche quella della zona industriale della Valle del Biferno, dove le attività commerciali sono state fermate per evitare che la furia del fiume colga impreparati.

Nel frattempo, a Capracotta, la neve ha superato il metro e mezzo di altezza, e lungo la costa il vento forte alimenta mareggiate che rendono pericoloso anche il litorale. Il capo dipartimento della Protezione Civile, Fabio Ciciliano, ha presieduto l’unità di crisi a Roma, monitorando da vicino l’evolversi degli eventi, mentre le amministrazioni locali cercano di gestire una popolazione stremata dalla paura. Ciò che emerge, nel racconto di questa emergenza, è la fragilità di un territorio costretto a fare i conti con un fiume che non è solo una risorsa naturale, ma anche un’accusa silenziosa: quella di essere stato lasciato, per decenni, alla mercé delle piogge, senza che le tante parole spese sulla sua messa in sicurezza si trasformassero mai in calcestruzzo e argini.

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