A Roma il corteo contro il riarmo: migliaia in piazza con la rete ‘No Bavaglio’

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre il termometro segnava quaranta gradi all’ombra, un «serpentone arcobaleno» – come è stato definito da alcuni – ha attraversato ieri Roma da Porta San Paolo fino al Colosseo, trasformando la capitale in un palcoscenico di proteste contro la guerra, il riarmo europeo e ciò che i manifestanti chiamano «il massacro dei palestinesi». Tra cartelli, striscioni e bandiere, migliaia di persone hanno sfilato al grido di «Siamo tutti palestinesi», in un corteo che, secondo gli organizzatori, avrebbe superato le centomila presenze.

La rete dei giornalisti ‘No Bavaglio’ ha preso parte alla mobilitazione, ricordando i colleghi caduti nei conflitti, mentre associazioni come Arci, Emergency e Greenpeace Italia si sono unite a sindacati e partiti – tra cui il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra – per denunciare quella che considerano una deriva militarista dell’Europa. «Oggi tocca ai palestinesi, domani potrebbe essere il nostro turno», si leggeva su uno degli slogan più ripetuti, mentre un altro striscione, esposto dal partito comunista dei lavoratori, invocava l’abbattimento dello «Stato sionista».

Quella di ieri è stata la quarta grande manifestazione consecutiva a Roma in altrettanti sabati: dopo la protesta nazionale contro il decreto sicurezza del 31 maggio e il corteo di Pd, M5S e Avs per Gaza del 7 giugno, il 14 giugno il Roma Pride aveva riunito – a detta degli organizzatori – un milione di persone. Un calendario fitto, che segnala una crescente mobilitazione su temi sociali e internazionali, anche se i numeri dichiarati non sempre trovano riscontro nelle stime indipendenti.

Sotto il sole cocente, il corteo ha comunque mantenuto un’atmosfera pacifica, con famiglie, attivisti e semplici cittadini che hanno marciato senza incidenti. Tra di loro, molti portavano simboli di pace e bandiere palestinesi, mentre altri – soprattutto i più giovani – scandivano cori contro il governo Meloni e l’invio di armi all’Ucraina. «Fermare il riarmo significa fermare la guerra», ripetevano, in un messaggio che, al di là delle divisioni politiche, ha trovato spazio anche tra alcuni esponenti del Pd, seppur in numero minore rispetto alle precedenti manifestazioni.

La presenza della rete ‘No Bavaglio’ ha aggiunto un tassello significativo alla protesta, sottolineando il legame tra libertà d’informazione e conflitti. Senza citare direttamente i casi più recenti, i giornalisti hanno ricordato i colleghi uccisi in zone di guerra, in quello che è apparso come un monito contro la censura e la manipolazione dell’informazione. Un tema, quest’ultimo, che resta centrale nel dibattito pubblico, soprattutto in un momento in cui le notizie dal Medio Oriente continuano a dividere l’opinione pubblica.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.