Mps, il ritorno di Lovaglio è uno schiaffo al governo e un affare di alleanze variabili

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’assemblea del Monte dei Paschi di Siena, riunita nella città del Palio, ha offerto una scena quasi coreografica: il nome di Luigi Lovaglio scandito in coro, subito dopo il conteggio dei voti, e un applauso capace di riempire la sala. Il banchiere, che solo a fine marzo era stato privato delle deleghe e poi licenziato – non senza una certa sorpresa negli ambienti finanziari – si ritrova così alla guida dell’istituto senese, lo stesso che aveva appena portato a termine l’acquisizione di Mediobanca. Una traiettoria a dir poco paradossale, se si considera che il suo allontanamento era stato letto da molti come un atto dovuto verso le aspettative del governo. E invece, la partita si è chiusa con la sua controffensiva.

Un banchiere di lungo corso tra Polonia e Credito Valtellinese

Per comprendere la tenuta di Lovaglio, che evidentemente ha saputo costruirsi una solida base di consensi tra gli azionisti, occorre ripercorrere le tappe di una carriera iniziata ben lontano dalle stanze del potere romano. Lui, che vanta trascorsi in Polonia e una gestione complessa al Credito Valtellinese, non è certo un volto nuovo alle sfide difficili. Nei mesi precedenti al licenziamento, aveva portato avanti l’acquisizione di Mediobanca con una determinazione che molti giudicavano – a caldo – troppo autonoma rispetto alle direttive politiche. Quel pezzo di strada, oggi, viene riletto come un merito e non come una colpa. La sua rielezione, insomma, premia la competenza bancaria pura, quella che prescinde dalle cordate governative.

Lo schiaffo a Meloni e i sospetti su Giorgetti

L’esito dell’assemblea, però, ha un sapore marcatamente politico. Per Giorgia Meloni – che da tempo cerca di ridisegnare i rapporti di forza nel settore del credito – il voto di Siena rappresenta uno schiaffo inequivocabile. La lista sostenuta dal presidente uscente ha raccolto solo il 39% dei voti, mentre la lista di Plt Holding ha imposto Lovaglio con una maggioranza netta, otto consiglieri su quindici. Eppure, come spesso accade nelle pieghe delle grandi banche italiane, qualcosa non torna: alcuni sospetti indicano che un pezzo di governo potrebbe non essere rimasto a guardare. I riflettori, in particolare, puntano sul ministro Giorgetti, che forse sogna un asse Siena-Banco Bpm. Non si tratta, badiamo bene, di una certezza, ma di un indizio che aleggia nei corridoi di Palazzo Chigi.

Un colpo di teatro degno del Guicciardini

Filippo Alloatti, head of financials credit di Federated Hermes, ha definito l’operazione un “coup de theatre” paragonabile alle mutevoli alleanze descritte nelle storie fiorentine del Guicciardini. La metafora calza a pennello: gli azionisti hanno fatto uno sgambetto alla lista del presidente, che aveva proposto un amministratore delegato privo di specifiche esperienze bancarie. Il mercato, insomma, ha scelto. E lo ha fatto con una nettezza che lascia poco spazio a interpretazioni. Il nuovo consiglio, ora, è composto da quindici membri: otto espressi da Plt Holding, sei dalla lista del vecchio cda e uno da Assogestioni. La nomina del presidente e dei vice sarà demandata al consiglio stesso, ma il centro del potere resta saldamente nelle mani di Lovaglio.

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