L’allarme di Murano e il caro energia: lo spettro delle bollette torna a pesare sulle fornaci

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il riflesso immediato delle tensioni in Medio Oriente, con le ultime evoluzioni del conflitto che coinvolge Israele e Iran e la minaccia, sempre incombente, di una chiusura dello Stretto di Hormuz, ha prodotto un’impennata dei prezzi del gas tale da riaccendere l’allarme tra le imprese italiane più energivore. Se da un lato il governo, attraverso le parole del ministro Gilberto Pichetto Fratin, prova a gettare acqua sul fuoco della psicosi garantendo che gli stoccaggi nazionali, attestatisi attorno al 47% della capacità, reggono l’urto e che le forniture non sono a rischio concreto per i prossimi mesi -1, dall’altro il fronte produttivo vive ore di apprensione. Il caro energia, che sembrava un incubo archiviato, torna a mordere con particolare ferocia in quei distretti dove la fiamma del forno non può permettersi soste, pena la morte tecnica e artistica dell’intera filiera. È il caso del vetro artistico di Murano, un’eccellenza che da secoli illumina il mondo ma che oggi rischia di vedere le proprie fornaci spegnersi a causa del costo proibitivo del gas necessario per mantenere il vetro allo stato fluido.

Il timore dei mastri vetrai, come emerge dalle cronache locali e dalle testimonianze raccolte nelle scorse settimane, non è legato tanto a una flessione della domanda, sebbene quella pesi, quanto alla voce che torna a far tremare i bilanci: la bolletta. Per chi lavora il vetro, l’energia non è un costo accessorio, una voce tra le tante, ma la condizione stessa dell’esistenza produttiva. Mantenere acceso un forno, operazione che richiede temperature altissime e cicli continui che non possono interrompersi, ha un costo che in passato, durante la crisi ucraina, era arrivato a moltiplicarsi per dieci, passando da decine di migliaia a centinaia di migliaia di euro al mese per le realtà più strutturate. Ora, con il prezzo del megawattora schizzato da 107 a 151 euro in pochi giorni secondo le rilevazioni citate dal presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, il settore si ritrova di nuovo con il fiato sospeso.

Il rischio concreto per il distretto e la risposta della politica

Il presidente Orsini, intervenuto sulle reti nazionali, ha lanciato un appello chiaro affinché l’esecutivo intervenga con rapidità per arginare quelle che definisce speculazioni finanziarie in grado di drogare il mercato, chiedendo a gran voce l’approvazione di un decreto bollette che possa calmierare i costi per le aziende e le famiglie. Il problema, per i muranesi, si inserisce in un quadro già di per sé complesso. L’isola, che conta centinaia di aziende e un indotto che per secoli ha rappresentato un unicum nel panorama del lusso mondiale, aveva già subito un drammatico calo della produzione nel post-pandemia, aggravato dall’assenza dei grandi compratori russi e dalle incertezze legate ai dazi americani voluti dall’amministrazione Trump. Le dichiarazioni di alcuni imprenditori del settore, come Marco Nason della Nason Moretti, sottolineano una fragilità intrinseca: non esiste una vera resilienza quando il costo della materia prima energia diventa insostenibile e quando il clima geopolitico scoraggia gli investimenti nell’artigianato artistico.

A fronte di questo scenario, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha attivato un monitoraggio costante, ma al momento non sono state assunte misure emergenziali specifiche per i settori energivori, fatta eccezione per la vigilanza sui prezzi dei carburanti affidata alla Guardia di Finanza per scongiurare manovre speculative. Il ministro Urso, nel tentativo di rassicurare l’opinione pubblica, ha evidenziato come il prezzo dei carburanti alla pompa, pur in leggera risalita, resti lontano dai picchi toccati dopo l’invasione russa in Ucraina. Tuttavia, per realtà come quelle muranesi, il problema non è il costo del pieno all’auto, ma la tenuta di un modello produttivo unico, fatto di sapere artigianale tramandato da generazioni. Un modello che oggi paga lo scotto di una dipendenza energetica che, nonostante la diversificazione delle fonti di approvvigionamento (Algeria, Azerbaijan, Norvegia e Gnl), continua a rendere il prezzo del gas italiano ancorato alle fluttuazioni dei mercati internazionali e alla volatilità del TTF olandese.

Le ricadute sul tessuto economico tra speculazione e costi strutturali

Mentre il governo valuta se e come intervenire, con l’ipotesi di una revisione del Patto di stabilità o di un nuovo decreto che possa attenuare il colpo, il tessuto produttivo denuncia il paradosso di un’Europa che, a detta di Confindustria, continua a muoversi in ordine sparso. La Francia e la Germania, con maggiore capacità di spesa, hanno già messo in campo misure più incisive per calmierare i costi per le rispettive imprese, lasciando l’industria italiana in una posizione di oggettivo svantaggio competitivo. A questo si aggiunge la scomparsa, in queste ore, di molte offerte a prezzo fisso per la fornitura di luce e gas destinate alle piccole e medie imprese, un segnale interpretato dalle associazioni dei consumatori come un sintomo di cedimento strutturale del mercato, che preferisce scaricare l’intero rischio della volatilità sui clienti finali piuttosto che assorbirlo.

Il meccanismo di formazione del prezzo dell’energia in Italia, ancora troppo legato al costo del gas anche per la quota prodotta da rinnovabili, rappresenta un ulteriore tallone d’Achille. Nonostante la crescita della produzione da fonti verdi, il prezzo finale continua a essere determinato dalla fonte fossile più cara, vanificando in parte i benefici della transizione ecologica. Per Murano, che vive di esportazioni e di un mercato del lusso particolarmente sensibile alle variabili geopolitiche, questa nuova crisi energetica rischia di trasformare un periodo di difficoltà in una vera e propria contrazione. La preoccupazione, diffusa tra gli operatori del settore, è che la combinazione tra bollette insostenibili e calo della domanda internazionale possa portare a nuove, definitive chiusure. Un destino che sembra paradossale per un’arte che nel 1291 la Repubblica di Venezia decise di concentrare sull’isola per proteggere i segreti del fuoco, e che oggi quel fuoco fatica a mantenerlo acceso non per mancanza di maestria, ma per l’incertezza dei mercati globali e l’assenza di una politica energetica strutturale in grado di proteggere le eccellenze del made in Italy.

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