Crans-Montana, i dubbi sul locale: la richiesta di ampliamento e una porta in meno

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le famiglie dei sei connazionali morti nella strage di Capodanno in Svizzera, le cui salme sono state rimpatriate con un volo di Stato da Sion a Milano Linate, chiedono con fermezza che sia fatta piena luce sulla dinamica dell'incendio. L'ambasciatore d'Italia a Berna, Gian Lorenzo Cornado, dopo aver incontrato i parenti e le autorità cantonali, ha sottolineato come il loro unico, straziante obiettivo sia «giustizia», ricevendo dalle controparti elvetiche assicurazioni sulla massima collaborazione. Gli incontri, che hanno visto la partecipazione del presidente del governo del Vallese Mathias Reynard e del capo del dipartimento per la sicurezza Stephan Ganzer, si sono concentrati sull'indagine in corso, la quale – come emerso dalle prime ricostruzioni – potrebbe incrociare aspetti inquietanti relativi alla gestione della sicurezza del locale «Le Constellation».

La richiesta di modifica presentata a fine 2025

Proprio i gestori del bar, Jessica e Jacques Moretti, avevano presentato una domanda di autorizzazione edilizia alla fine dello scorso anno, come riportato dalla Radiotelevisione svizzera Romanda. L'intenzione, rivelatasi poi tragicamente anacronistica, era quella di ampliare la veranda coperta del locale per incrementarne la capienza, un intervento che avrebbe comportato, tra le altre cose, la soppressione di una porta. Sebbene il permesso non fosse stato ancora concesso al momento del rogo, questa volontà progettuale solleva interrogativi stringenti sugli standard di sicurezza preesistenti e sulla valutazione dei rischi in un ambiente già affollato, dove ogni via di fuga riveste un'importanza critica. Alcuni esperti, interpellati dai media locali, non hanno esitato ad affermare che, qualora l'ampliamento fosse stato realizzato, «le conseguenze sarebbero state peggiori».

Il racconto straziante del comandante dei vigili del fuoco

La crudezza della scena, che ha costretto i soccorritori a decisioni laceranti nel caos di quella notte, è stata descritta senza filtri dal comandante dei vigili del fuoco volontari di Crans-Montana, David Vocat. In un'intervista, l'uomo ha rievocato con voce rotta il momento in cui, mentre cercava di praticare un massaggio cardiaco a una giovane vittima, è stato costretto a desistere per volgere le attenzioni ad altri sopravvissuti: «mi hanno detto 'lasciala stare, è morta, dobbiamo aiutare gli altri'». Una testimonianza che restituisce, al di là dei freddi protocolli, l'orrore vissuto dai primi intervenuti e l'immanità di una scelta dettata dall'emergenza più assoluta, quando il tempo per agire è scandito da secondi e il numero delle persone da soccorrere supera ogni possibile previsione.

Il lutto nazionale e il percorso giudiziario

La portata della tragedia, che ha provocato una profonda ferita nell'opinione pubblica italiana, ha spinto le istituzioni a proclamare un minuto di silenzio in tutte le scuole del paese. Un gesto di raccoglimento collettivo per ricordare le vittime, la cui età prevalentemente giovane ha accentuato il senso di una perdita ingiusta e improvvisa. Parallelamente, l'inchiesta delle autorità svizzere procede per accertare le eventuali responsabilità, sia di natura penale che amministrativa, esaminando ogni aspetto – dalle condizioni impiantistiche alla gestione degli affollamenti, fino alle richieste di modifica della struttura – che possa aver contribuito a determinare l'entità della strage. Le indagini, che si annunciano complesse e tecniche, rappresentano oggi l'unico faro a cui le famiglie si aggrappano per ottenere risposte definitive su quanto accaduto.

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