Che ci faccio qui, il viaggio di Iannacone nell'hospice di Larino per raccontare il tempo che resta

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Osando una sfida all'ultimo tabù, una sorta di corpo a corpo gentile con ciò che di più intimo e ineludibile l'esistenza umana custodisca, è tornato nel martedì sera di Rai 3 Domenico Iannacone. Il giornalista, con il suo stile inconfondibile che trasforma il reportage in un'esperienza immersiva e profondamente rispettosa, ha dato vita a un nuovo ciclo del suo programma "Che ci faccio qui", giunto ormai alla settima edizione e forte di un'esperienza che si è estesa oltre il piccolo schermo, diventando anche uno spettacolo teatrale di grande impatto emotivo.

Questa nuova stagione, composta da quattro puntate in prima serata, si propone di esplorare le pieghe più recondite della condizione umana, partendo da un tema che la società contemporanea tende spesso a rimuovere con imbarazzo: il confine ultimo dell'esistenza, quel momento in cui la vita si assottiglia fino a divenire un soffio, ma non smette di chiedere riconoscimento e dignità.

Quel che resta dei giorni, la prima tappa del viaggio

Il titolo scelto per il primo appuntamento di questa nuova avventura televisiva, "Quel che resta dei giorni", è già di per sé un programma, una dichiarazione di intenti che non lascia spazio a equivoci. In questa puntata, andata in onda il 16 giugno, Iannacone varca la soglia di un luogo che per molti rappresenta l'epilogo silenzioso e spesso doloroso della parabola vitale: l'Hospice "Madre Teresa di Calcutta" di Larino, in Molise, una struttura che si configura come un unicum nel panorama regionale per la sua specializzazione nelle cure palliative.

È qui che il giornalista si è immerso, con la sua consueta empatia misurata e la capacità di farsi prossimo senza mai invadere, per raccontare cosa significhi davvero prendersi cura di una persona quando la guarigione non è più un'opzione praticabile e la medicina può solo adoperarsi per alleviare la sofferenza e garantire la migliore qualità di vita possibile nel tempo che ancora rimane.

L'hospice di Larino come spazio di cura e relazione

L'Hospice "Madre Teresa di Calcutta", guidato dal dottor Mariano Flocco, non è semplicemente una struttura sanitaria, ma uno spazio fisico e relazionale dove le domande più scomode sulla fine della vita trovano una risposta concreta, fatta di gesti quotidiani e di una presenza costante e rispettosa.

Qui, come emerge dalle anticipazioni, la terapia del dolore assume una duplice valenza, insieme clinica ed etica: non si tratta solo di alleviare il sintomo fisico, ma di impedire che la sofferenza possa cancellare l'identità della persona, riducendola a un mero paziente in attesa di un epilogo inevitabile. In questo contesto, l'obiettivo non è più quello di aggiungere giorni alla vita, bensì di infondere vita ai giorni che restano, cercando di preservare la dignità dell'individuo e il valore delle sue relazioni fino all'ultimo istante.

Iannacone, con la sua presenza discreta, si è fatto testimone delle relazioni che si intessono all'interno di queste mura, tra pazienti, medici, infermieri e familiari, mostrando come il fine vita, lontano dall'essere un'idea astratta, diventi una dimensione palpabile, fatta di silenzi, di sguardi e di un'umanità che si fa ancora più intensa e autentica proprio quando si trova ad affrontare la propria fragilità più estrema.

Un racconto che restituisce voce a chi è al margine

La cifra stilistica di Iannacone, che lo ha reso uno dei volti più apprezzati del giornalismo televisivo d'inchiesta e di approfondimento, risiede proprio in questa capacità di abitare la sensibilità altrui senza mai scadere nella retorica o nel moralismo.

In un panorama televisivo spesso dominato da un'incessante caccia al sensazionalismo e al "true crime", il suo approccio rappresenta una scelta controcorrente e coraggiosa: quella di voltare lo sguardo verso storie che, per loro natura, vengono solitamente rimosse o affrontate con imbarazzo, e di restituire loro la centralità che meritano. Le sue inchieste, come quella sull'hospice, non si limitano a osservare la realtà dall'esterno, ma scelgono di viverla dall'interno, restando accanto alle persone e dando voce a chi, troppo spesso, viene dimenticato ai margini della società.

Che si tratti di malattia, di violenza o di solitudine, il suo lavoro si configura come un atto di resistenza civile, un tentativo di ricucire il tessuto di un'umanità che rischia di perdersi nei meandri dell'indifferenza e della fretta, e che in queste storie, apparentemente minute e fragili, ritrova invece una profondità inaspettata e una forza inesprimibile.

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