James Comey, l’ex direttore dell’Fbi, incriminato per il post con le conchiglie: “86 47” come minaccia a Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ultima stagione di resa dei conti a Washington, quella che ormai da oltre un anno trasforma il Dipartimento di Giustizia in un’estensione degli umori della Casa Bianca, ha appena aggiunto un nuovo, surreale capitolo. James Comey, l’uomo che fu a capo del Federal Bureau of Investigation tra il 2013 e il 2017, nonché bersaglio storico dell’attuale presidente, è stato formalmente incriminato da un gran giurì del distretto orientale della North Carolina. L’accusa, che potrebbe costargli il carcere, è duplice: minaccia di morte ai danni del presidente e trasmissione interstatale di una comunicazione minacciosa. A scatenare questa bufera giudiziaria, a più di un anno di distanza, non è stata una soffiata compromettente o un documento segreto, ma una fotografia – cancellata quasi subito – di alcune conchiglie disposte sulla sabbia.

Il significato del codice “86 47” e la genesi di un’indagine federale

Al centro del secondo procedimento penale intentato dall’amministrazione ai danni di Comey (il primo, per falsa testimonianza, era stato archiviato lo scorso novembre per un vizio procedurale nella nomina del procuratore) ci sono due numeri. Nell’immagine, risalente a una passeggiata dell’ex funzionario sulla spiaggia nel maggio del 2025, i gusci formavano le cifre “86” e “47”. Per il Dipartimento di Giustizia, che ha accolto la tesi dei repubblicani e dello stesso tycoon, si tratta di un codice inequivocabile: l’ “86” è un termine gergale utilizzato soprattutto nella ristorazione per indicare l’atto di rimuovere o eliminare definitivamente qualcosa (o qualcuno, dato che in alcuni casi viene usato anche per segnalare l’allontanamento di un cliente molesto), mentre il “47” farebbe riferimento al fatto che Donald Trump è il quarantasettesimo presidente nella storia degli Stati Uniti. La sintesi, secondo l’accusa letta dall’attorney general ad interim Todd Blanche, era un messaggio in codice che sottendeva l’intenzione di “uccidere o infliggere lesioni fisiche” al capo dello Stato.

Comey, che all’epoca aveva accompagnato lo scatto con una didascalia innocua (“una curiosa formazione di conchiglie durante la mia passeggiata in spiaggia”), ha sempre respinto ogni addebito. Dopo aver rimosso il contenuto, l’ex direttore aveva specificato di non essersi reso conto che quelle cifre potessero essere associate alla violenza, ribadendo la propria estraneità a qualsiasi forma di incitamento. La scusa, però, non ha fermato le autorità: i servizi segreti hanno monitorato i suoi spostamenti subito dopo la pubblicazione, dando il via a una lunga indagine che è culminata nell’atto d’accusa di questi giorni e nell’emissione di un mandato di cattura.

L’unicum giudiziario e la fragilità della prova

Si tratta di una circostanza senza precedenti: mai prima d’ora un ex numero uno dell’Fbi era stato incriminato per aver minacciato la vita di un presidente in carica, eppure il castello accusatorio appare estremamente fragile se analizzato alla luce della giurisprudenza americana. Per gli esperti, infatti, ci troviamo di fronte a un caso che solleverà inevitabilmente scudi in nome del Primo Emendamento, quello sulla libertà di espressione. La Corte Suprema ha stabilito che per configurare una “reale minaccia” (true threat) occorre provare che l’indagato fosse consapevole del peso intimidatorio del suo messaggio e che abbia agito con noncuranza rispetto al rischio di incutere timore al destinatario.

In questo specifico contesto, risulta complesso dimostrare che la foto di alcuni gusci di molluschi integri questi requisiti: l’immagine è simbolica, non contiene riferimenti espliciti ad armi o azioni violente, e lo stesso significato del numero “86” resta comunemente associato all’idea di “esaurito” o “cancellato” più che a un omicidio. I legali dell’ex funzionario, che ha ribadito la sua innocenza in un video pubblicato su Substack (“Non ho paura, e credo ancora nell’indipendenza della magistratura federale”), punteranno dunque a far archiviare il caso in via preliminare. Si tratta del secondo tentativo del Dipartimento di Giustizia di incastrare Comey da quando Trump è tornato al potere, e anche questa volta l’operazione rischia di rivelarsi un boomerang, trasformando l’imputato in un martire della lotta per l’indipendenza delle istituzioni.

La resa dei conti con il Dipartimento di Giustizia

A prescindere dall’esito dell’aula di tribunale, che valuterà se un’immagine con fin troppo poche virgole possa davvero costituire una minaccia di morte, il dato politico è ormai ineludibile. La gestione del caso – dalla pubblica richiesta di azione legale avanzata dal presidente sui suoi canali social fino all’incriminazione firmata da un attorney general di nomina politica come Blanche – racconta il collasso della tradizionale separazione tra la Casa Bianca e il braccio giudiziario. L’ex avvocato personale di Trump, che ha preso il posto di Pam Bondi dopo che quest’ultima è stata silurata per non essere stata ritenuta abbastanza incisiva, rappresenta la nuova guardia: quella che non ha esitato a firmare l’atto d’accusa per un post rimosso e risalente a un anno fa, nonostante i precedenti procuratori di carriera avessero mostrato riluttanza a procedere. L’ombra delle epurazioni e delle nomine contestate (come quella della fedelissima Lindsey Halligan, la cui nomina fu dichiarata nulla dal giudice nell’incriminazione precedente) aleggia pesantemente su questa vicenda.

Se gli Stati Uniti hanno vissuto una stagione di profonde lacerazioni politiche, il caso delle conchiglie ne rappresenta forse la sintesi più grottesca: un ex massimo funzionario della sicurezza nazionale rischia la galera per un vezzo estivo pubblicato su Instagram, in un’arena dove la legge sembra essere diventata solo l’ennesima arma di una faida personale lunga un decennio.

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