Pasolini, il poeta profeta a cinquant'anni dalla morte
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Alberto Moravia, nell'orazione funebre, lo definì senza esitazione un poeta, una rarità del secolo, uno di quelli che "dovrebbe esser sacro". A distanza di cinquant'anni da quel 2 novembre 1975, l'assenza di Pier Paolo Pasolini non si misura soltanto nel vuoto lasciato dalla sua produzione artistica, multiforme e vibrante, ma anche nel silenzio assordante delle sue riflessioni mai formulate sul nostro presente. Non sapremo, infatti, cosa avrebbe pensato dei conflitti che lacerano il mondo contemporaneo, delle rivoluzioni sociali e tecnologiche che ne ridefiniscono i confini, o del futuro verso il quale ci stiamo incamminando, spesso in modo incerto. La sua voce, che pure era stata capace di anticipare tanti aspetti dell'Italia a venire, si è spenta in un modo che egli stesso, secondo una lettura profonda e articolata, sembrava aver previsto.
L'ultimo atto creativo: una morte annunciata
La sua fine violenta, consumata sulla spiaggia di Ostia, non fu un episodio casuale di cronaca nera ma, secondo l'intuizione dell'amico pittore Giuseppe Zigaina, un evento che Pasolini aveva "teorizzato, profetizzato, esibito" attraverso le sue opere. Zigaina, friulano come lui, dedicò anni di studio meticoloso a dimostrare come l'intera produzione pasoliniana—dai film agli scritti, dalle opere teatrali alle interviste—fosse costellata di indicazioni più o meno dettagliate sugli eventi che avrebbero condotto a quella tragica conclusione. L'ultimo atto creativo dell'artista si sarebbe dunque compiuto attraverso quella morte, concepita come una sfida estrema e una scelta di libertà che si esprimeva tramite "il linguaggio muto dell'azione", un tema che Zigaina esplorò compiutamente nella sua trilogia "Hostia" pubblicata nel 1995.
La profezia sull'Italia che verrà
Questa dimensione profetica, del resto, non si limitava alla sfera personale ma abbracciava una visione lucida e spietata della società. La ricomposizione de "La rabbia", il film-saggio finalmente restituito alla versione pensata dall'autore grazie all'operato di Giuseppe Bertolucci e della Cineteca di Bologna, solleva un interrogativo scomodo e terribile. La riflessione di Pasolini, privata dell'insensata aggiunta di Giovanni Guareschi, appare oggi di una attualità disarmante, al punto da far dubitare che si tratti di semplice preveggenza. La sua analisi impietosa di un'Italia gretta, reazionaria e impaurita sembra descrivere non solo i peggiori anni Cinquanta ma anche il clima di un presente che, in qualche modo, appare essere regredito.
L'intellettuale scomodo e la stampa compianta
All'indomani della sua morte, come riportò un quotidiano il 4 novembre 1975, la stampa italiana lo pianse "con commossa unanimità di accenti, da destra a sinistra". Quel cordoglio trasversale, però, non poteva nascondere un dato di fatto: Pasolini era stato "l'intellettuale più scomodo" di quegli anni, diventato anzi "scomodissimo" proprio per le sue ultime, feroci battaglie. Le sue posizioni, che lo portavano a criticare aspramente il Sessantotto, il movimento femminista, le lotte per l'aborto e le forme di disobbedienza, non incontravano il favore di nessuno schieramento, neppure di quella sinistra verso la quale si sarebbe potuto pensare una naturale vicinanza.




