Stellantis, produzione in Italia crollata ai minimi dal dopoguerra

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il report trimestrale della Fim Cisl, presentato a Torino, ha confermato quelle che erano le previsioni più pessimistiche, dipingendo un quadro industriale che non ha eguali nella storia recente del settore. I dati definitivi per l'anno 2025, che segnano un ulteriore e netto peggioramento rispetto alle già difficili performance del 2024, rivelano una contrazione produttiva così marcata da riportare indietro l'orologio di settant'anni. L'intero comparto, del resto, sta navigando in acque agitate a causa della crisi energetica e dell'aumento dei costi delle materie prime, fattori che hanno spinto i vertici aziendali a riconsiderare le proprie strategie globali di manufacturing. La scelta di localizzare nuovi modelli, anche di marchi storici come Fiat e Alfa Romeo, in stabilimenti al di fuori dei confini nazionali ha contribuito in maniera decisiva a questo esito, privando gli impianti italiani di quelle commesse fondamentali per mantenerne il ritmo.

I numeri del declino

L'elaborazione dei numeri offre una fotografia impietosa della situazione: nel corso del 2025 sono stati realizzati complessivamente 379.706 veicoli, una cifra che comprende sia le autovetture sia i commerciali. Questo totale rappresenta un calo del venti percento se paragonato a quanto prodotto nello stesso periodo dell'anno precedente, un tonfo che ha pochi precedenti. Entrando nel dettaglio delle categorie, il settore delle autovetture mostra la ferita più profonda, essendo crollato a sole 213.706 unità, con un decremento che supera il 24 per cento. I veicoli commerciali, seppur in calo del 13,5 per cento e fermi a 166.000 pezzi, hanno limitato i danni, ma non sono stati in grado di compensare il tracollo delle vetture. Si tratta, in sostanza, di volumi che riportano la produzione italiana del gruppo ai livelli del 1955, un'epoca in cui il mercato e l'industria erano completamente diversi, segnati dalla ricostruzione post-bellica.

La necessità di un cambio di passo

Alla luce di queste cifre, che suonano come un campanello d'allarme per l'intera filiera automobilistica nazionale, diventa ancora più urgente anticipare i tempi del nuovo piano industriale. La sindacale ha più volte sottolineato come sia indispensabile, per invertire una rotta così pericolosa, definire con chiarezza un programma di investimenti e di nuovi modelli da destinare agli stabilimenti italiani. L'agglomerato di marchi prestigiosi che fa capo a Stellantis, che annovera oltre a Fiat anche Lancia e Maserati, necessita infatti di una strategia coraggiosa che ne valorizzi il potenziale, bloccando l'emorragia produttiva. Senza una decisa sterzata, che vada oltre le mere dichiarazioni d'intenti, il rischio concreto è di vedere erodersi ulteriormente il ruolo del Paese all'interno del gruppo, con conseguenze facilmente immaginabili sull'occupazione e sull'indotto.

Uno scenario complesso

Il contesto internazionale, d'altronde, non aiuta: mentre l'amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avviato politiche commerciali che impattano sui mercati globali, le case automobilistiche sono chiamate a gestire la complessa transizione verso l'elettrico. Questo passaggio epocale, che richiede ingenti risorse finanziarie, sta portando molti costruttori a concentrare le produzioni in hub ritenuti più vantaggiosi, spesso al di fuori dell'Europa. La competizione è sempre più agguerrita e le decisioni, prese nelle sale board delle multinazionali, seguono logiche che vanno ben oltre i confini nazionali. La sfida per il sindacato e per le istituzioni italiane è dunque quella di riuscire a presentare un piano credibile e competitivo, capace di attrarre gli investimenti che servono a ridare slancio agli impianti, arginando una deriva che sembrava inimmaginabile solo un decennio fa.

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