Campari, il nuovo corso di Hunt: via trenta marchi per una crescita più solida

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La nuova stagione del gruppo Campari, guidata dall'amministratore delegato Simon Hunt, si delinea all'insegna di una profonda riorganizzazione strategica, la quale prevede una significativa razionalizzazione del portafoglio brand. L'intenzione, esplicitata dallo stesso numero uno, è quella di mettere in vendita fino a trenta etichette, su un totale di settantadue, in un'operazione di pulizia che mira a concentrare risorse e attenzioni sui nomi più forti e redditizi, quelli che hanno trainato la crescita negli anni passati. Una scelta, questa, che segna un deciso cambio di passo rispetto alle politiche precedenti, caratterizzate da un'acquisitiva più spinta, e che riflette la volontà di creare un organismo più snello e focalizzato, in grado di navigare con maggiore agilità le complessità dell'attuale scenario geopolitico ed economico.

Una strategia per la crescita organica

Il cuore del piano, come illustrato da Hunt, insediatosi alla guida del gruppo lo scorso gennaio, risiede nell'aver dichiarato una pausa nelle operazioni di merger and acquisition, dopo una lunga stagione di shopping che ha inevitabilmente gonfiato il livello del debito. L'obiettivo primario diventa, quindi, la crescita organica, da perseguire attraverso investimenti mirati sui "campioni" del portafoglio, quei big che meglio incarnano lo spirito italiano e la cultura dell'aperitivo che Campari intende esportare globalmente. «Vogliamo portare il lifestyle italiano e la cultura dell’aperitivo in tutto il mondo», ha affermato Hunt, sottolineando come il gruppo si percepisca come l'unico attore in grado di veicolare autenticamente questo messaggio. Si tratta di un ridimensionamento del perimetro operativo che, nelle intenzioni del management, non dovrebbe però compromettere le potenzialità di espansione, ma anzi rafforzarle attraverso una gestione più oculata e una comunicazione più coerente.

Il favore del mercato e l'ombra dell'inchiesta fiscale

La svolta annunciata da Hunt è stata accolta positivamente dagli investitori, i quali hanno apprezzato la chiarezza di un disegno volto a sanare la struttura finanziaria e a puntare su asset consolidati. Tuttavia, sul titolo Campari continua a pesare come un macigno l'inchiesta fiscale che ha coinvolto la controllante Lagfin, holding di riferimento dell’azionista di controllo Luca Garavoglia. L'indagine della magistratura, di cui non si conoscono ancora gli sviluppi definitivi, ha portato al sequestro preventivo di azioni del gruppo per un valore vicino a 1,3 miliardi di euro, un episodio che rappresenta un elemento di disturbo non trascurabile e che costituisce uno sfondo giudiziario con cui la società dovrà fare i conti, indipendentemente dalla bontà della sua strategia industriale.

Il difficile equilibrio in uno scenario globale incerto

Questa operazione di "dimagrimento" si inserisce in un contesto economico mondiale paradossale, dove, nonostante le guerre commerciali, l’inasprirsi dei dazi e l’instabilità di storiche alleanze, si registrano performance record in diversi indici, dai listini azionari al valore del Bitcoin fino ai prezzi dell'oro. In uno scenario così volatile e imprevedibile, la scelta di Campari di semplificare la propria struttura, riducendo il debito e puntando su ciò che già funziona, appare come una risposta prudente ma al tempo stesso necessaria per costruire una base solida da cui ripartire, cercando di isolare il più possibile il proprio destino dalle turbolenze dei mercati e concentrandosi sulla forza dei suoi prodotti di punta.

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