Il gioco dei fluidi tra Usa e Iran e quel costo da milioni di dollari che nessuno aveva visto
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Redazione Esteri
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La narrazione che aveva accompagnato il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, quella per cui sotto la sua amministrazione nessuna nuova guerra sarebbe mai iniziata, si è infranta contro la realtà fisica di movimenti navali che il mondo, forse volutamente, non aveva voluto vedere. Eppure, lo spostamento della portaerei USS Gerald Ford e dell’intero gruppo d’attacco non poteva essere una semplice posa fotografica, un avvertimento lanciato per sentito dire: schierare una forza simile, contemporaneamente dal Mar della Cina verso il Golfo Persico e dal Golfo dei Caraibi verso il Mediterraneo, comporta un costo talmente vertiginoso – parliamo di milioni di dollari in carburante, logistica, manutenzione e supporto aereo – che sarebbe illogico pensare lo si faccia senza l’intenzione, almeno potenziale, di utilizzarla. Il fatto che Teheran abbia respinto qualsiasi ipotesi di negoziato finché Washington avesse mantenuto un atteggiamento minaccioso -6, d'altronde, non ha fatto altro che alimentare una spirale ormai difficilmente arrestabile.
Lo stretto di Hormuz, quella sottile via d’acqua che separa l’Iran a nord dall’Oman e dagli Emirati Arabi Uniti a sud, rappresenta il principale collettore attraverso cui fluisce circa il 20% del petrolio scambiato a livello mondiale. È in quel tratto di mare, e nell’equilibrio precario di chi lo controlla, che si gioca una partita cruciale non solo per gli interessi energetici, ma per la tenuta stessa degli equilibri geopolitici. E proprio mentre Trump dichiarava, a fine febbraio, di essere insoddisfatto dei negoziati e di voler dare ai diplomatici più tempo per evitare un conflitto -3, i suoi ordini esecutivi raccontavano una storia diversa: quella di una macchina da guerra in movimento, con l’obiettivo dichiarato di colpire l’apparato di sicurezza del regime iraniano e neutralizzare strutture di comando, difese aeree e siti di lancio per droni e missili. Una strategia, questa, che ha superato persino le linee guida del Progetto 2025, il quale pur invocando una linea dura contro Teheran non arrivava a teorizzare un cambio di regime ottenuto tramite attacchi militari diretti.
L’attacco, le navi affondate e quella pace che con me non inizierebbe mai
Quando nella notte tra il 28 febbraio e il 1° marzo le forze statunitensi e israeliane hanno lanciato l’operazione, gli obiettivi non erano più solo simbolici. Oltre duemila bersagli sono stati colpiti nelle prime fasi del conflitto -8, e lo stesso Trump ha annunciato con un post su X che nove navi da guerra iraniane erano state distrutte e fatte colare a picco, aggiungendo che il quartier generale della marina nemica era stato in gran parte raso al suolo. Parole pesanti, quelle del presidente, che hanno certificato la fine della finzione: la diplomazia, se mai c’è stata, aveva lasciato il posto alla forza bruta. La promessa elettorale di non dare inizio a nuovi conflitti si è così trasformata nell’avvio di una campagna che, secondo le stesse fonti governative, potrebbe durare quattro settimane -7, durante le quali si continuerà a colpire finché tutti gli obiettivi strategici non saranno stati raggiunti.
La morte di Ali Khamenei, il leader supremo iraniano ucciso nei bombardamenti -1, ha rappresentato uno spartiacque difficile da ignorare. Gli americani, e con loro gli alleati occidentali, si trovano ora a fare i conti con una violenza che da molti è stata interpretata come illegale e arbitraria, difficile da contenere entro confini predefiniti. L’idea che l’attacco fosse solo una prova generale, una dimostrazione di forza per spingere gli iraniani a fare concessioni nella trattativa, è stata smentita dalla rapidità con cui il conflitto si è esteso: basi in Kuwait, Qatar, Emirati Arabi e Bahrain sono state bersaglio di rappresaglie, mentre Teheran ha giurato vendetta, rivendicando il diritto di difendersi.
Le ragioni di Trump, i costi nascosti e le reazioni divise
Due giorni prima dell’inizio delle ostilità, Trump aveva dichiarato di preferire il negoziato, sostenendo che la forza sarebbe stata usata solo come estremo rimedio. Eppure, una volta innescato il meccanismo bellico, le sue stesse dichiarazioni hanno assunto un tono diverso: “Stiamo andando contro il resto, presto galleggeranno sul fondo del mare” -1, ha scritto, quasi a voler sottolineare che la macchina militare, una volta avviata, non poteva più fermarsi. Il costo di questa operazione, come detto, è vertiginoso: milioni di dollari al giorno solo per mantenere le due portaerei – la USS Abraham Lincoln e la stessa Gerald Ford – in assetto da combattimento, senza contare il supporto aereo, i rifornimenti in mare e la logistica per migliaia di uomini. Un dispiegamento di forze che non ha precedenti in Medio Oriente da una generazione a questa parte.
Sul fronte interno, le reazioni dei democratici non si sono fatte attendere: Hakeem Jeffries, leader di minoranza alla Camera, ha accusato l’amministrazione di sprecare miliardi per bombardare l’Iran mentre non si fa nulla per abbassare il costo della vita e il prezzo della spesa per gli americani comuni. Dure critiche sono arrivate anche da Tim Kaine e Adam Schiff, secondo i quali non esisteva alcuna minaccia imminente che giustificasse un attacco preventivo di tali proporzioni. I repubblicani, al contrario, hanno elogiato la decisione: Ted Cruz l’ha definita la scelta più importante della presidenza Trump, mentre Lindsey Graham ha parlato di un’operazione che rende l’America più sicura e ripristina la sua credibilità internazionale. Persino tra i conservatori, però, non mancano voci critiche: Marjorie Taylor Greene, ormai fuori dal Congresso, ha bollato l’iniziativa come un’operazione “America Last”, contraria agli interessi nazionali.
Il fronte navale, le acque del Golfo e il destino degli ostaggi
Mentre i caccia B-2 sganciavano bombe da duemila libbre su strutture sotterranee e il comando centrale Usa annunciava l’affondamento di diciassette navi nemiche, inclusi sottomarini -8, il quadro che emerge è quello di una campagna studiata per neutralizzare ogni capacità offensiva iraniana nel Golfo Persico e nello stretto di Hormuz. Il contrammiraglio Brad Cooper, parlando a nome del Centcom, ha dichiarato che al momento nessuna nave iraniana risulta in navigazione in quelle acque -8, segno che l’obiettivo di interdizione marittima è stato ampiamente raggiunto. Eppure, la partita è tutt’altro che chiusa: Marco Rubio, nel frattempo, ha designato l’Iran come “stato sponsor di detenzioni illecite” -10, un passo che potrebbe portare a ulteriori sanzioni e a restrizioni di viaggio per chiunque utilizzi un passaporto statunitense per recarsi nel paese, un meccanismo già in vigore per la Corea del Nord.
La domanda che molti si pongono, guardando a questo scenario, è se l’attuale amministrazione abbia realmente valutato le conseguenze di un conflitto che rischia di allargarsi a macchia d’olio. Le parole del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, secondo cui “il successo in questo percorso richiede serietà e realismo dall’altra parte, evitando errori di calcolo e richieste eccessive” -10, suonano oggi come un monito postumo. Ma ormai le navi sono in movimento, le bombe sono state sganciate, e il prezzo di questo equilibrio dei fluidi – quello del petrolio, ma anche quello del sangue – è destinato a essere pagato da tutti.




