Crisi negli Stretti: Hormuz quasi al collasso, Bab al-Mandeb resta aperto ma sotto pressione
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Redazione Esteri
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La tensione che da quasi due settimane tiene in scacco il Medio Oriente si sta riverberando in modo drammatico sulle principali arterie marittime del globo, con conseguenze che iniziano a farsi sentire lungo tutta la filiera del commercio internazionale.
Mentre il Golfo Persico e il Mar Rosso diventano il teatro di un braccio di ferro sempre più serrato tra Stati Uniti e Iran, con quest'ultimo che può contare sull'appoggio militare e politico dei ribelli Houthi yemeniti, la situazione nei due stretti strategici per eccellenza – Hormuz e Bab al-Mandeb – presenta contorni nettamente differenziati.
Da un lato, il passaggio tra l'Iran e la penisola arabica, fondamentale per il transito del petrolio del Golfo, è ormai ridotto a un collo di bottiglia quasi completamente ostruito, con conseguenze operative immediate che stanno mettendo a dura prova gli equipaggi delle navi mercantili rimaste intrappolate nella zona.
Dall'altro, lo Stretto di Bab al-Mandeb, quel varco stretto e insidioso che collega l'Oceano Indiano al Mar Rosso attraverso lo Yemen e il Corno d'Africa, non risulta formalmente chiuso al traffico, sebbene le condizioni di sicurezza e le minacce lanciate dai miliziani yemeniti ne abbiano ridotto drasticamente la percorribilità, trasformandolo in una rotta ad alto rischio.
Hormuz, il blocco quasi totale e l'incubo dei marinai in attesa
Lo scenario più critico si osserva senza dubbio nello Stretto di Hormuz, quel punto nevralgico largo appena una trentina di chilometri attraverso il quale passa circa un quinto del petrolio mondiale e una fetta consistente del gas naturale liquefatto. In seguito all'escalation militare e alla decisione di Teheran di intensificare le proprie attività di interdizione navale, il transito è calato a picco, con un numero di navi in movimento che si conta ormai sulle dita di una mano.
Le autorità marittime internazionali stanno monitorando la situazione con crescente apprensione, poiché il blocco di fatto imposto dalla marina iraniana e la minaccia di attacchi missilistici hanno di fatto paralizzato uno dei corridoi commerciali più battuti del pianeta.
A pagare il prezzo più alto sono i marinai e gli equipaggi delle decine di mercantili che al momento dell'aggravarsi della crisi si trovavano in transito o in attesa di attraversare il canale: si parla di circa seimila uomini, provenienti da diverse nazionalità, che si trovano bloccati a bordo in condizioni di crescente difficoltà logistica.
Le scorte di viveri e acqua potabile iniziano a scarseggiare per molte di queste imbarcazioni, e le operazioni di evacuazione, complesse per natura e rese ancor più problematiche dall'instabilità della regione, sono al centro di delicati negoziati tra le compagnie di navigazione e le autorità dei paesi limitrofi, che tentano di trovare una soluzione per mettere in salvo i marittimi senza incorrere in rischi diplomatici o militari.
Mar Rosso, la strategia degli Houthi e il blocco selettivo all'Arabia Saudita
Discorso diverso, e per certi versi più articolato, per lo Stretto di Bab al-Mandeb, che pure è stato al centro di un'annuncio di blocco navale da parte dei ribelli Houthi, saldamente alleati dell'Iran nel conflitto che insanguina lo Yemen ormai da anni.
A differenza di quanto accade a Hormuz, dove l'azione di interdizione appare totale e indiscriminata, nel Mar Rosso la mossa dei miliziani yemeniti appare più mirata e politicamente orientata: il blocco dichiarato riguarda esclusivamente il traffico navale diretto in Arabia Saudita, storico nemico degli Houthi e principale baluardo della coalizione sunnita nella regione.
Ciò significa che, almeno sulla carta, le navi che non hanno come destinazione o origine i porti sauditi possono teoricamente continuare a transitare, sebbene con una frequenza sensibilmente inferiore rispetto ai mesi precedenti, quando il flusso era decisamente più intenso.
I dati sul traffico commerciale confermano una netta diminuzione delle presenze, ma non un azzeramento completo, a testimonianza del fatto che molte compagnie di navigazione, pur di non interrompere le proprie rotte, stiano valutando il costo del rischio aggiuntivo, optando magari per percorsi più lunghi e costosi via Capo di Buona Speranza piuttosto che affrontare un passaggio ritenuto insicuro ma non completamente interdetto.
In questo scenario di incertezza, si inserisce anche la variabile militare rappresentata dalla presenza di forze navali internazionali, che da settimane pattugliano l'area per garantire la libertà di navigazione e scortare i convogli mercantili più esposti a eventuali attacchi provenienti dalla costa yemenita.
Il nuovo fronte della crisi e il braccio di ferro tra Trump e Teheran
La partita, in realtà, si gioca su un tavolo molto più ampio, di cui gli stretti rappresentano solo la cartina di tornasole più evidente. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha esitato a rilanciare, nelle scorse ore, la prospettiva di ulteriori operazioni militari contro l'Iran, alimentando la preoccupazione per una possibile escalation che potrebbe travalicare i confini della deterrenza navale per approdare a scenari di ben altra portata.
Le dichiarazioni provenienti dalla Casa Bianca, sebbene non entrino nel merito di piani operativi specifici, hanno avuto l'effetto di inasprire ulteriormente un clima già carico di tensione, spingendo i mercati finanziari e quelli energetici a prezzare un rischio geopolitico ormai fuori controllo.
L'Iran, dal canto suo, non sta certo a guardare: gli attacchi incrociati proseguono senza sosta, con lanci di droni e missili che sembrano ormai essere diventati la quotidianità in un'area che va dal Golfo Persico al Mediterraneo orientale, passando per le basi americane disseminate nel Vicino Oriente.
La diplomazia, dopo il fallimento degli ultimi tentativi negoziali mediati da attori terzi, sembra aver esaurito le proprie cartucce, lasciando spazio a una logica di forza che rischia di avere conseguenze devastanti non solo per i due diretti contendenti, ma per l'intero sistema degli approvvigionamenti energetici globali.
Analisi: la battaglia interna a Teheran e lo spettro di un'operazione di terra
Nel frattempo, all'interno del regime degli Ayatollah, si starebbe consumando una vera e propria battaglia politica tra le diverse anime del potere. Secondo quanto riferiscono fonti vicine ai centri di analisi internazionali, lo scontro in atto a Teheran vedrebbe contrapposti da un lato coloro che, ancora, credono nella possibilità di una via d'uscita diplomatica, e dall'altro i massimalisti, spinti da una visione ideologica e militare che vede nello scontro frontale con gli Stati Uniti l'unica strada percorribile per garantire la sopravvivenza del regime.
Questa dialettica interna, resa ancora più complessa dalle difficoltà economiche e dalle proteste che periodicamente scuotono il paese, potrebbe influenzare le prossime mosse di Teheran, rendendo difficile prevedere quale sarà la reazione a un eventuale nuovo raid americano.
Alcuni analisti, che seguono da vicino l'evoluzione della crisi, hanno avanzato l'ipotesi che gli attacchi aerei e missilistici degli ultimi giorni, oltre a costituire un'azione di dissuasione, potrebbero essere interpretati come il preludio di un'operazione militare più vasta, che potrebbe includere anche una componente terrestre.
Sebbene si tratti al momento di mere speculazioni, il solo fatto che queste voci circolino con insistenza tra gli esperti di geopolitica contribuisce ad aumentare il livello di allarme e a spingere le cancellerie di mezzo mondo a prepararsi al peggio, in attesa di capire se la crisi degli Stretti sia destinata a degenerare ulteriormente o se, miracolosamente, si possa ancora trovare uno spiraglio per un cessate il fuoco che appare al momento lontanissimo.
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