Tajani a Bucha: “Pressione su Putin, la pace giusta resta l’obiettivo”
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Redazione Interno
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Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, è arrivato in Ucraina – precisamente a Bucha, teatro quattro anni fa di un massacro che ha lasciato cicatrici profonde – per prendere parte alla riunione informale dei colleghi dell’Unione europea, un appuntamento che assume inevitabilmente il sapore di una commemorazione carica di implicazioni politiche e giudiziarie. Intervistato da Rainews24, il vicepremier ha ribadito con fermezza un concetto che, a suo dire, non può essere messo in secondo piano: la cosiddetta “pace giusta” rimane il traguardo da centrare, nonostante le difficoltà e le tensioni che continuano a intrecciare i destini di Kiev e Mosca. E per raggiungerlo, ha spiegato Tajani, occorre mantenere alta la pressione sul presidente russo Vladimir Putin, affinché questi prenda atto – magari anche a forza di evidenze diplomatiche e sanzioni – che l’aggressione contro un paese vicino rappresenta un atto “inaccettabile” sul piano del diritto internazionale e della semplice umanità.
Le commemorazioni a Bucha, Irpin e Borodianka prima del vertice
Prima dell’avvio dei lavori nella capitale ucraina, la delegazione dei ministri ha partecipato ad alcune cerimonie organizzate dalle autorità locali per onorare la memoria delle vittime delle atrocità commesse dalle truppe russe nel marzo del 2022. Non solo a Bucha, dunque, ma anche nelle vicine Irpin e Borodianka, luoghi divenuti simbolo di una violenza che le inchieste internazionali hanno faticosamente cercato di ricostruire, reato per reato, cadavere per cadavere. Tajani, visibilmente partecipe, ha voluto sottolineare – senza mai scadere nella retorica facile – come quel che accadde quattro anni fa non possa essere rimosso né giustificato, nemmeno in un contesto di guerra dove la propaganda tenta spesso di riscrivere la cronaca. L’agenda della riunione prevedeva una sessione introduttiva piuttosto breve, seguita da un secondo momento dedicato interamente all’accertamento delle responsabilità penali della Federazione russa per i crimini perpetrati contro l’Ucraina. Un tema, quest’ultimo, che s’intreccia direttamente con l’operato – ancora in fase di definizione operativa – della Commissione per le Compensazioni e del Tribunale Speciale per il crimine di aggressione, due organismi nati con l’ambizione di non lasciare impunite le violazioni più gravi del diritto bellico.
Zelensky: il conflitto lungo in Iran giova a Mosca e distrae Washington
Parallelamente alla riunione dei ministri, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rilasciato un’intervista a Axios nella quale ha tracciato un quadro strategico piuttosto lucido, seppur allarmante. Il conflitto prolungato in Iran – ha spiegato il leader di Kiev – rappresenta un elemento “molto positivo” per Mosca, perché risucchia l’attenzione e le risorse degli Stati Uniti, costringendoli a guardare verso il Medio Oriente mentre la guerra in Ucraina continua a consumare uomini e mezzi. “Sono sicuro che la Russia vuole una guerra lunga, perché ne trae dei benefici”, ha dichiarato Zelensky, aggiungendo che il rischio concreto è quello di una riduzione degli aiuti militari americani all’Ucraina, proprio nel momento in cui ne avrebbe più bisogno. Il presidente ha però definito “molto fruttuosa” la sua recente visita nella regione del Golfo e in Medio Oriente, quasi a voler segnalare che, nonostante le difficoltà, Kiev non intende restare prigioniera delle sole dinamiche occidentali.
Il nodo delle compensazioni e il tribunale speciale per l’aggressione
Tornando ai lavori di Kiev, buona parte del confronto tra i ministri si è concentrata sugli strumenti giuridici necessari per trasformare le condanne morali in atti concreti di giustizia. La Commissione per le Compensazioni – un meccanismo ancora in fase di rodaggio – dovrebbe servire a quantificare e a distribuire i risarcimenti a favore delle vittime civili e militari dell’invasione, mentre il Tribunale Speciale per il crimine di aggressione punta a colmare un vuoto storico: quello di un organo permanente capace di giudicare i vertici politici e militari di uno stato aggressore, al di là dei singoli episodi di crimini di guerra. Tajani, da parte sua, ha voluto ribadire che l’Italia sostiene con convinzione entrambi i percorsi, senza però nascondere le difficoltà tecniche e diplomatiche che ancora ne rallentano l’effettiva operatività. Del resto, come ha avuto modo di osservare qualche diplomatico presente, mettere sotto accusa un membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu non è mai un’impresa semplice, anche quando le prove delle atrocità sono sotto gli occhi di tutti.




