Le parole per dirlo, lo strano caso di Claude Malhuret
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Redazione Esteri
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Claude Malhuret, settantacinquenne esponente di Horizons, il movimento di centrodestra fondato dall’ex premier Édouard Philippe, ha recentemente tenuto un discorso in Senato che ha sollevato reazioni contrastanti, tra adesioni entusiaste e critiche feroci. Il suo intervento, che ha toccato temi sensibili come il sovranismo europeo e il ruolo dell’Unione Europea nel contesto globale, è stato ampiamente condiviso e commentato anche in Italia, dove diverse chat riservate ai membri della classe dirigente hanno acceso il dibattito. Malhuret, noto per le sue posizioni pragmatiche e spesso controcorrente, ha affrontato con toni appassionati questioni che vanno oltre i confini francesi, toccando nervi scoperti della politica continentale.
Il suo discorso si inserisce in un contesto più ampio, quello del dibattito sul cosiddetto “sovranismo europeo”, un concetto che fino a poco tempo fa sembrava un ossimoro, utile più per alimentare saggi accademici o battute sarcastiche nei talk show che per definire una reale prospettiva politica. L’Europa, spesso descritta come lenta, burocratica e divisa, è stata a lungo associata a regolamenti minuziosi – come quelli sul diametro delle zucchine o la misura delle vongole – piuttosto che a una visione strategica comune. Eppure, il recente discorso dei cento giorni della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, sembra aver ridato slancio a un’idea di Europa più coesa e assertiva, capace di difendere i propri interessi in un mondo sempre più polarizzato.
In questo scenario, le parole di Malhuret hanno riecheggiato anche oltre i confini francesi, trovando spazio nel dibattito italiano, dove il tema del sovranismo europeo si intreccia con quello della memoria storica e del ruolo degli Stati Uniti nel Vecchio Continente. Come ha sottolineato un lettore in una lettera al direttore di un quotidiano nazionale, gli Stati Uniti hanno sì difeso l’Europa dalle mire espansionistiche dell’Unione Sovietica, ma lo hanno fatto mantenendo la prima linea del conflitto lontano dal proprio territorio. La crisi dei missili di Cuba, che negli anni Sessanta portò il mondo sull’orlo di una guerra nucleare, è un esempio lampante di quanto fosse importante per Washington spostare il fronte del confronto geopolitico in Europa.
Oggi, con l’ascesa di figure come Donald Trump e il crescente scetticismo verso il ruolo degli Stati Uniti come garanti della sicurezza europea, il dibattito si è fatto ancora più acceso. Trump, che durante la sua presidenza ha più volte messo in discussione l’impegno americano nella NATO, ha lasciato un’eredità complessa, fatta di tensioni e incertezze. J.D. Vance, neo vicepresidente Usa, ha recentemente dichiarato al vertice di Monaco di Baviera che “c’è un nuovo sceriffo in città”, evocando un’immagine di forza e determinazione. Eppure, come dimostra la storia – e in particolare il fallimento del meeting di Monaco del 1938, che avrebbe dovuto garantire la pace ma aprì invece la strada alla Seconda Guerra Mondiale – i corsi e ricorsi storici non sempre seguono un copione prevedibile.




