Blackout simultaneo per ChatGpt, Gemini e Claude: l’intelligenza artificiale in tilt per un problema di rete

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Un pomeriggio, quello del 20 aprile, in cui la tanto celebrata intelligenza artificiale ha semplicemente smesso di rispondere. A partire dalle 16:30, un blackout tecnico di proporzioni globali ha messo in ginocchio i tre principali chatbot del mercato: ChatGpt di OpenAI, Gemini di Google e Claude di Anthropic. La particolarità dell’evento, reso evidente dal picco improvviso di segnalazioni sulla piattaforma di monitoraggio Downdetector, risiede nella sua natura simultanea: non si è trattato del solito disservizio localizzato su una singola piattaforma, ma di un crollo verticale che ha interessato l’intero ecosistema dei servizi di IA generativa, gettando nel caos milioni di utenti che ne hanno fatto ormai uno strumento di lavoro quotidiano.

L’ipotesi dell’infrastruttura e il crollo delle segnalazioni

Mentre la cronaca si affannava alla ricerca di una spiegazione immediata, escludendo subito la pista della rivendicazione hacker o di un attacco informatico diretto, gli analisti di rete hanno concentrato l’attenzione su un dettaglio rivelatore: la concomitanza dei disservizi non solo tra le AI, ma anche con i picchi di malfunzionamento registrati da alcuni grandi fornitori di connettività, in particolare sulla rete in fibra Tim. L’elemento comune, come ipotizzato da fonti vicine al monitoraggio delle infrastrutture digitali, potrebbe risiedere in un guasto alla rete fisica condivisa Flash Fiber; se questa rete a monte va in tilt, viene meno l’accesso a qualsiasi servizio a valle, generando l’illusione che ChatGpt, Gemini e Claude siano contemporaneamente “morti”. I numeri raccontano questa dinamica alla perfezione: verso le 16:30, Downdetector ha contato un picco di quasi 4.000 segnalazioni per il solo ChatGpt, mentre Gemini e Claude mostravano punte rispettivamente di 84 e 107 segnalazioni, numeri questi ultimi che, sebbene più contenuti, confermavano l’anomalia diffusa su tutto il fronte dell’AI.

Disagi lavorativi e l’assenza di risposte ufficiali

Le conseguenze di questo vuoto digitale si sono fatte sentire immediatamente nella produttività di chi, per lavoro, si affida ai chatbot per la stesura di testi, la codifica o la semplice gestione delle comunicazioni. Le lamentele degli utenti, raccolte in tempo reale sui social network, non riguardavano solo l’impossibilità di accedere (problemi di login o caricamento infinito delle interfacce), ma anche la perdita temporanea dello storico delle conversazioni, un danno non quantificabile per chi vi aveva riposto dati sensibili o promemoria lavorativi. A rendere più densa la cortina di fumo sull’accaduto è stato il silenzio pressoché totale delle aziende coinvolte; se OpenAI ha limitato a comunicare, tramite la propria dashboard ufficiale, di essere al lavoro per risolvere l’anomalia, né Google né Anthropic hanno fornito chiarimenti immediati sulle cause profonde del disservizio, lasciando gli utenti nell’attesa di un ripristino che, per fortuna, è avvenuto nel giro di poche ore.

La fragilità di un sistema ormai indispensabile

L’evento del 20 aprile, al di là del rapido rientro, ha messo in luce una fragilità strutturale del sistema, spostando l’attenzione su un aspetto spesso sottovalutato: la dipendenza assoluta di queste piattaforme evolute dalla stabilità delle dorsali internet e dai protocolli di routing internazionali (BGP). Non è la prima volta che si verifica un episodio del genere – basti pensare a un precedente blackout di Claude del 2 marzo o a un disservizio globale di ChatGpt dello scorso autunno – ma la simultaneità di questo guasto rappresenta un campanello d’allarme per l’intero settore. Se una falla nella rete fisica o nei protocolli di instradamento può mettere fuori uso contemporaneamente tutti i principali modelli linguistici, significa che l’infrastruttura su cui poggia l’intelligenza artificiale è ancora un collo di bottiglia pericoloso. Il disservizio è rientrato senza che fosse mai attribuita una responsabilità certa a un singolo operatore, ma la lezione è chiara: per quanto evoluti, questi strumenti restano ostaggi della fisicità dei cavi e dei nodi di scambio che li alimentano.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.