Bolivia, l’assedio di La Paz e l’ultimo appello al dialogo di Paz: “Pronti ad applicare la legge”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il margine di manovra del governo boliviano, costretto a gestire una crisi politica che paralizza il paese ormai da quasi un mese, si riduce drammaticamente di giorno in giorno. L’esecutivo, guidato da Rodrigo Paz, ha dovuto ufficialmente ammettere il decesso di un manifestante di 24 anni avvenuto durante un’operazione congiunta delle forze di polizia e dell’esercito; un intervento, quest’ultimo, mirato a rimuovere i blocchi stradali che tengono in ostaggio la capitale La Paz, letteralmente assediata da tre settimane per costringere il presidente alle dimissioni.

Sul piano economico, la situazione appare disastrosa, con il paese che viaggia sull’orlo del collasso finanziario e bancarotta, mentre l’ex presidente Evo Morales continua ad alimentare le piazze contro il suo successore, approfittando di un malcontento sociale ormai incontrollabile.

L’appello diretto ai leader sindacali

Nonostante la tensione crescente, Paz ha lanciato quella che ha definito come un’ultima, estrema convocazione al dialogo. Rivolgendosi esplicitamente ai leader delle principali organizzazioni sociali, il presidente ha chiarito le sue intenzioni attraverso una missiva formale: "Invito per l'ultima volta il signor Vicente Salazar, della Federazione Tupac Katari, e Mario Argollo del sindacato Centrale operaia boliviana (Cob)", ha dichiarato il capo di Stato, specificando di aver mandato una lettera per incontrarli.

L’obiettivo dichiarato, secondo quanto riportato dallo stesso Paz, è quello di evitare future spaccature interne ai sindacati, permettendo ai vertici di presentarsi con i loro interi comitati esecutivi; un modo, questo, per scongiurare il rischio che i rappresentanti possano poi essere accusati di tradimento o di aver cambiato idea da parte delle rispettive basi.

La stretta securitaria e il peso della regione

Se da un lato la mano è tesa verso la discussione, dall’altro l’esecutivo non ha esitato a ricordare la possibilità di intervenire con la forza della legge. Paz ha avvertito che, in assenza di una risposta concreta da parte dei contestatori, il governo procederà con l’applicazione severa delle norme; un’implicita minaccia che fa da contraltare alla richiesta di pace.

In parallelo, il Congresso ha recentemente abolito le restrizioni che limitavano la dichiarazione dello stato di emergenza, spianando la strada a un possibile utilizzo delle truppe per ripristinare l’ordine pubblico. La situazione, ormai degenerata in scontri violenti che hanno visto l’uso persino di dinamite da parte dei dimostranti, preoccupa profondamente l’intero continente.

Otto governi latinoamericani hanno espresso una posizione comune, rifiutando fermamente qualsiasi azione volta a destabilizzare l’ordine democratico, mentre Washington, attraverso una nota ufficiale dei paesi dello "Scudo delle Americhe", ha ribadito il sostegno all’attuale governo costituzionale, condannando le tattiche di violenza che impediscono i rifornimenti di carburante e medicinali.

I nodi irrisolti della crisi interna

La paralisi che colpisce le infrastrutture – circa 70 blocchi ancora attivi in sei dei nove dipartimenti – ha trasformato il controllo delle vie di comunicazione in un’arma di pressione politica decisiva per i movimenti sociali.

L’assenza di un partito maggioritario solido alle spalle del presidente Paz, aggravata da una faida interna con il suo stesso vicepresidente e dalla continua presenza dell’ex presidente Morales (che, sebbene latitante per evitare un mandato di cattura, mantiene una certa capacità di mobilitazione), rende il quadro politico estremamente frammentato.

Mentre la popolazione affronta la carenza di ossigeno negli ospedali e la paralisi dei commerci, con un costo stimato che supera i 50 milioni di dollari al giorno, le organizzazioni sindacali continuano a tenere testa allo Stato, dimostrando come la stabilità boliviana resti appesa a un filo sottilissimo.

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