Ricciardi attacca il governo su Israele: “Tajani assegna all’Italia un ruolo stile Ungheria”
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Redazione Esteri
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ROMA. La maggioranza, che pure aveva cercato di blindare il proprio apparente cambio di rotta con la sospensione del memorandum militare con Tel Aviv, si trova ora a fare i conti con le incongruenze giuridiche e politiche sollevate dall’opposizione. Il capogruppo del Movimento 5 Stelle alla Camera, Riccardo Ricciardi, è intervenuto in Aula con un’informativa urgentissima indirizzata ai ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto, chiedendo conto di quelle che ha definito, senza mezzi termini, delle scelte “vergognose” in sede europea. Il bersaglio principale delle sue critiche, articulate e serrate, non è tanto la politica estera dell’esecutivo in Medio Oriente quanto la sua condotta a Bruxelles, dove l’Italia avrebbe messo il veto alla sospensione dell’accordo commerciale tra Unione Europea e Israele. Ricciardi ha sottolineato come l’articolo 2 di quell’accordo sia chiarissimo, perché subordina la validità dell’intero impianto commerciale al rispetto dei diritti umani (e non vi è dubbio che la violazione di una clausola essenziale rientri nella cosiddetta “violazione sostanziale” prevista dalla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati).
L’ombra di Orbán e l’ambiguità del veto italiano
“Mettendo il veto contro le sanzioni Ue a Israele”, ha tuonato Ricciardi rivolgendosi idealmente al titolare della Farnesina, “Tajani assegna all’Italia un ruolo stile Ungheria”. Un paragone, questo, pesante e volutamente provocatorio, che richiama alla memoria le frequenti fratture tra Budapest e il resto dell’Europa proprio in materia di diritti fondamentali. Il riferimento del pentastellato è a quanto accaduto nelle scorse ore in Lussemburgo, dove la proposta di sospendere l’accordo di associazione (sostenuta con forza dalla Spagna e da altri Paesi membri) è stata di fatto accantonata, anche a causa della linea pragmatica – o “ambigua”, secondo i detrattori – seguita dall’Italia in coalizione con Berlino. Tajani, intervenuto ieri in un question time al Senato, ha difeso questa posizione definendo la via spagnola “non quella giusta” e giustificando la scelta italiana come una pressione esercitata sul governo Netanyahu e non sulla popolazione. Tuttavia, per Ricciardi e per l’ala dura del Movimento, questa sottigliezza non regge all’urto dei fatti: se si vuole fermare una guerra, si colpiscono i flussi economici che la alimentano, a meno che – come insinuato dall’opposizione – non vi siano altri interessi strategici in ballo.
Un memorandum sospeso e una credibilità in bilico
Da un lato, quindi, l’esecutivo vanta la recente decisione di Giorgia Meloni di sospendere il rinnovo automatico del memorandum bilaterale Italia-Tel Aviv; una mossa che la premier aveva definito “coerente con la gravità della situazione sul terreno” e che alcuni osservatori avevano letto come una presa di distanza dalle posizioni più oltranziste del governo israeliano. Dall’altro lato, però, Tajani conferma la linea attendista in Europa, rifiutando di interrompere un rapporto commerciale che garantisce a Israele un accesso privilegiato al mercato unico. Questa dualità è proprio ciò che Ricciardi contesta con maggiore veemenza: non si può fare resistenza a parole nella Capitale e marcare il passo a Bruxelles. E a sostegno della sua tesi, il capogruppo M5S può contare su un precedente giurisprudenziale di non poco conto, quello che risale al 2019 quando la Corte di Giustizia dell’Unione Europea impose l’obbligo di etichettatura per i prodotti alimentari importati dai territori occupati.
Quel paradosso delle etichette che nessuno legge
È una sentenza importantissima, quella del 2019, ma della quale – come spesso accade per le delibere tecniche europee – pochissimi consumatori hanno effettiva consapevolezza. Il verdetto di Lussemburgo stabilì che i beni provenienti dalle colonie israeliane in Cisgiordania, Gerusalemme Est o dalle alture del Golan non possono fregiarsi della generica dicitura “Prodotto in Israele”, ingannando così il consumatore finale. Gli allevamenti intensivi e le aziende agricole impiantate in quei territori, considerati illegalmente occupati sin dal 1967, devono riportare un’etichetta specifica che ne dichiari l’origine geografica reale, quasi a voler ricordare all’acquirente che si tratta di merce nata sotto un regime militare differente da quello della democrazia israeliana. Il paradosso, sottolineato dall’inchiesta odierna, è che mentre Bruxelles interviene con il bisturi della burocrazia sulle singole arance o bottiglie di vino, i grandi flussi commerciali continuano a scorrere indisturbati grazie ai veti incrociati. Se l’Unione, come scriveva nei suoi trattati fondativi, vuole giocarsi la credibilità internazionale proprio su questi paletti giuridici, l’ambiguità mostrata ieri da Tajani rischia di minare dalle fondamenta quel principio di condizionalità che l’Europa stessa ha contribuito a scrivere nei decenni passati.




