Bruxelles mette l’Italia in mora su due fronti: plastiche e case green, arrivano le procedure d’infrazione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il braccio di ferro tra Roma e Bruxelles si arricchisce di due nuovi, significativi capitoli. La Commissione europea, nell’ambito del pacchetto mensile di procedure d’infrazione pubblicato a marzo, ha ufficialmente messo nel mirino l’Italia per il mancato recepimento corretto di alcune norme comunitarie, procedendo su due binari paralleli che toccano sia il settore della plastica monouso sia quello dell’efficienza energetica degli edifici. Non si tratta di semplici richiami formali, ma di atti che potrebbero preludere a sanzioni e che impongono al governo di Palazzo Chigi una risposta celere e circostanziata entro i prossimi due mesi.

Sul fronte ambientale, la partita più complessa riguarda la direttiva Sup (Single Use Plastics), la normativa europea che dal 2019 mira a ridurre l’impatto di determinati prodotti plastici sull’ecosistema. Dopo una prima lettera di costituzione in mora inviata nella primavera del 2024, la Commissione ha ora deciso di alzare il tiro, notificando all’Italia un parere motivato che fa leva su tre criticità principali. La prima riguarda l’interpretazione stessa del concetto di plastica: Bruxelles contesta l’introduzione, da parte del legislatore italiano, di una soglia minima al di sotto della quale un materiale non verrebbe considerato tale, una deroga che, nella visione della Direzione generale Ambiente, rischia di minare l’approccio precauzionale su cui si fonda l’intera impalcatura della direttiva.

Non meno spinoso è il capitolo delle bioplastiche. L’Italia, nel suo decreto di recepimento, ha previsto forme di esenzione per i prodotti realizzati con materiali biodegradabili e compostabili, un’eccezione che a Bruxelles non è piaciuta per niente: secondo gli uffici guidati da Jessika Roswall, una definizione troppo restrittiva dell’ambito di applicazione della norma potrebbe portare a un incremento della dispersione di frammenti persistenti nell’ambiente, vanificando gli sforzi comuni nella lotta alle microplastiche. A chiudere il cerchio delle contestazioni c’è poi la questione della responsabilità estesa del produttore. L’esecutivo europeo ritiene che l’Italia abbia illegittimamente limitato gli oneri economici a carico dei produttori, i quali, secondo lo spirito della direttiva, dovrebbero farsi carico integralmente dei costi di gestione e raccolta dei rifiuti derivanti dai loro immobili. A complicare il quadro, una violazione procedurale legata alla direttiva sulla trasparenza del mercato unico: Bruxelles contesta a Roma di aver recepito la normativa sulla plastica prima della scadenza del periodo di standstill, quei tre mesi di pausa previsti per permettere alla Commissione di esaminare i progetti di legge nazionali.

Parallelamente alla procedura sulle plastiche, si è aperto un altro fronte caldo, quello della direttiva “case green”. L’Italia è finita nell’elenco dei diciannove Stati membri, tra cui figurano anche Francia e Germania, che non hanno trasmesso entro il 31 dicembre 2025 la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici. Si tratta di un documento fondamentale, richiesto dalla direttiva Epbd (Energy Performance of Buildings Directive), che dovrebbe delineare la strategia per riqualificare il parco immobiliare nazionale, uno dei più vetusti e energivori d’Europa. La mancata presentazione del piano impedisce di fatto alla Commissione di valutare se le misure che l’intende adottare siano allineate con gli obiettivi climatici del 2030 e del 2050, bloccando quel processo di validazione e confronto necessario per garantire la fattibilità degli interventi.

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