L’Italia e quel 3,1% che la tiene dentro la procedura d’infrazione Ue
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Redazione Economia
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La conferma, arrivata da pochi giorni da parte di Eurostat, non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche: il rapporto deficit/Pil italiano nel 2025 si è attestato al 3,1 per cento, esattamente in linea con le previsioni dell’Istat diffuse in aprile. Un dato che, letto in superficie, potrebbe sembrare un semplice scostamento di un decimale oltre la fatidica soglia del 3 per cento – quella prevista dal Patto di stabilità – ma che in realtà riporta l’Italia nel vivo della procedura d’infrazione europea. E lo fa senza attenuanti, visto che il governo italiano, già nel corso del 2024, aveva sottoscritto liberamente gli impegni per il risanamento dei conti pubblici insieme ai partner europei.
Numeri che pesano, e parole che volano verso Bruxelles
A nulla sono valse, in questo contesto, le frequenti invettive contro i “burocrati” di Bruxelles; qualcuno ai vertici del governo italiano, anzi, li ha definiti senza troppi giri di parole “cretini”, accusandoli di non capire la gravità del momento – quasi che un’eccessiva fedeltà ai parametri numerici rischi di portare un Paese verso la recessione, per poi tentare di curarlo una volta in fin di vita. Eppure, dal punto di vista strettamente giuridico, il principio “pacta sunt servanda” continua a reggere i rapporti tra Stati membri. Se un esecutivo sottoscrive un patto senza rendersi pienamente conto degli impegni che ne derivano, la strada resta una sola: onorarlo, oppure provare a rinegoziare il Patto stesso, o ancora uscirne, con tutte le conseguenze che una mossa del genere comporterebbe.
Un debito che non accenna a scendere, anzi
Più del deficit, però, è il rapporto debito/Pil a disegnare un quadro preoccupante. Alla fine del 2025 il debito italiano ha raggiunto il 137 per cento del prodotto interno lordo, un valore che – escludendo il triennio pandemico (2020-2022) – rappresenta il massimo storico da decenni a questa parte. E le previsioni per quest’anno, quelle del Fondo Monetario Internazionale, indicano un ulteriore aumento al 138 per cento. Un livello che, nella classifica europea, posizionerebbe l’Italia al primo posto, superando addirittura la Grecia (ferma al 136 per cento). Proprio il Paese ellenico, insieme ad altre nazioni dell’Europa meridionale duramente colpite dalla crisi del 2011-2012, ha invece intrapreso un percorso di riduzione strutturale del debito: un sentiero che l’Italia, almeno per ora, non ha mostrato di voler percorrere con altrettanta decisione.
Federcontribuenti e la critica radicata: sprechi e cambio di passo mancato
Un’analisi che trova eco anche nelle dichiarazioni di Federcontribuenti, secondo cui il 3,1 per cento di deficit – se paragonato ad altri contesti internazionali, magari meno vincolati dalle regole europee – potrebbe apparire contenuto, ma che nel caso specifico dell’Italia assume un peso molto maggiore a causa delle criticità strutturali nella gestione della spesa pubblica. L’associazione parla chiaramente di necessità di ridurre gli sprechi e di un cambio di passo indispensabile. Perché, viene da chiedersi, una politica fiscale più prudente – specialmente in quegli anni di crescita post-Covid e di inflazione vivace – non è stata adottata? Avrebbe permesso, forse, di abbassare il debito in modo definitivo, invece di trovarsi ancora una volta a inseguire decimali che Bruxelles considera, legittimamente o meno, degli spartiacque.




