Deficit/Pil al 3,1% nel 2025, l’Italia resta nella procedura d’infrazione europea

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’ufficialità, giunta da Eurostat nella mattinata del 22 aprile, non ha lasciato spazio a interpretazioni alternative: il rapporto Deficit/Pil dell’Italia si è attestato al 3,1 per cento nel 2025, un dato che, se da un lato segna un miglioramento rispetto al 3,4% dell’anno precedente, dall’altro chiude di fatto la porta a una tempestiva uscita dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. La comunicazione dell’istituto statistico dell’Unione, diffusa a pochi minuti dalla riunione del consiglio dei ministri convocato per l’approvazione del Documento di finanza pubblica, ha messo fine a giorni di fibrillazioni tecniche – e non solo – durante i quali si era discusso se qualche decimale di scarto avrebbe potuto restituire alla Penisola un margine di respiro, evitando un altro anno di sorveglianza rafforzata da parte della Commissione. Non è andata così. Il valore definitivo, del resto, coincideva già con le stime provvisorie diffuse dall’Istat nel mese di marzo, confermando una traiettoria che molti analisti avevano già definito “di confine”.

Debito pubblico in salita e il confronto con l’area euro

A complicare ulteriormente il quadro macroeconomico nazionale concorre l’andamento del rapporto Debito/Pil, anch’esso certificato ieri dagli stessi organismi statistici. Nel 2025 l’indicatore ha raggiunto il 137,1 per cento, con un incremento di 2,4 punti percentuali rispetto al 134,7% registrato nel 2024. Una progressione, questa, che evidenzia quanto la riduzione del disavanzo primario non sia ancora sufficiente a invertire la dinamica dell’accumulo di stock, nonostante il miglioramento del saldo tra entrate e uscite correnti. A livello aggregato, l’area euro nel suo complesso presenta un quadro significativamente più virtuoso: Eurostat ha infatti calcolato per i diciannove paesi della moneta unica un deficit medio al 2,9% del Pil e un debito complessivo all’87,8%. Valori che rendono ancor più evidente lo scostamento della posizione italiana, ormai cronico agli occhi di Bruxelles.

L’esame di giugno e il peso della procedura in corso

La procedura per disavanzo eccessivo, quella stessa che l’Italia ha faticosamente cercato di abbandonare negli ultimi anni, tornerà al centro dell’esame della Commissione europea all’inizio di giugno, nell’ambito delle consuete valutazioni del Semestre europeo. Con il deficit stabilmente sopra la soglia del 3% – per quanto di un solo decimale – il paese non potrà beneficiare di alcuna deroga automatica né tantomeno di una chiusura anticipata del braccio correttivo del Patto di stabilità. E ciò significa che resterà vincolato a raccomandazioni specifiche e a un monitoraggio periodico, con l’obbligo di presentare misure correttive che dovranno tradursi in una riduzione strutturale dell’indebitamento netto. L’unico elemento di novità, se così si può definire, è la conferma che lo scostamento rispetto al parametro del 3% si è ridotto rispetto all’anno passato, un dato che potrebbe comunque venire valutato positivamente dai tecnici europei, ma senza modificare lo stato formale della procedura.

La tempistica politica e i numeri definitivi dell’Istat

L’annuncio di Eurostat, arrivato a un’ora esatta dalla riunione del governo sul Documento di finanza pubblica, ha fornito ai vertici del ministero dell’Economia un dato definitivo su cui basare le proiezioni dei prossimi trienni. Le stime dell’Istat, rese note a marzo, avevano già anticipato il 3,1%, dissipando ogni residua illusione su un possibile aggiustamento al ribasso. L’istituto nazionale di statistica ha inoltre certificato – come detto – l’aumento del debito, salito al 137,1% del Pil, un livello che continua a rappresentare uno dei più elevati dell’intera Unione, secondo soltanto a quello greco in alcuni raffronti congiunturali. Nessuna sorpresa, dunque, sul piano dei numeri, ma una conferma che peserà sulle prossime scelte di bilancio, a partire dalla legge di stabilità in fase di definizione. La procedura d’infrazione resta aperta, e l’Italia dovrà convivere con questa etichetta almeno fino a quando il deficit non scenderà stabilmente sotto la soglia del 3%, un traguardo che i conti pubblici del 2025 non hanno permesso di raggiungere.

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