Acqua potabile, l’Europa apre una procedura d’infrazione contro l’Italia (ed è la seconda)
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Redazione Interno
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Bruxelles torna a far sentire la sua voce sul fronte delle politiche idriche, e lo fa con il consueto strumento delle procedure d’infrazione. La Commissione europea, come da prassi avviata nelle ultime settimane, ha notificato al governo italiano una lettera di costituzione in mora per il mancato recepimento corretto della direttiva (UE) 2020/2184, quella che disciplina la qualità delle acque destinate al consumo umano. La notizia, nell’aria da qualche giorno, è stata ufficializzata dall’esecutivo comunitario: l’Italia, che avrebbe dovuto adeguarsi entro il 12 gennaio del 2023, ha invece attuato la normativa in modo lacunoso, accumulando ritardi e scostamenti che ora rischiano di costare care.
Le carenze tecniche che hanno scatenato la messa in mora
Secondo quanto riportato nei documenti ufficiali della procedura, i rilievi di Bruxelles non sono affatto marginali. L’analisi tecnica condotta dai funzionari europei ha evidenziato almeno cinque macro-aree di criticità. C’è, per esempio, la "limitazione dell’ambito di applicazione della valutazione dei rischi" per quanto riguarda i sistemi di distribuzione domestici; un aspetto, questo, tutt’altro che secondario, perché riguarda la capacità di intercettare eventuali contaminazioni all’interno degli edifici privati. A ciò si aggiunge il mancato obbligo di informare le persone vulnerabili – un’espressione che include anziani, bambini o soggetti con patologie specifiche – sulle modalità corrette per accedere all’acqua potabile senza rischi per la salute. La Commissione elenca inoltre il mancato rispetto dei limiti per i metaboliti dei pesticidi (sostanze di degradazione spesso tossiche) e una gestione troppo lasca delle deroghe previste dalla legge.
Non è un caso isolato. L’apertura di questa procedura rappresenta, infatti, il secondo intervento formale in soli quattro mesi sul tema delle risorse idriche; a inizio anno, il governo aveva già ricevuto un avviso per la cattiva applicazione della direttiva quadro sulle acque, quella relativa alla gestione di fiumi e laghi. Un fatto, quest’ultimo, che testimonia una difficoltà strutturale dell’apparato burocratico-amministrativo italiano nel recepire le complesse normative ambientali europee, dove le scadenze vengono sistematicamente disattese o rispettate solo in modo parziale.
La risposta della politica e le reazioni nel merito tecnico
Mentre il governo valuta i prossimi passi, le opposizioni hanno prontamente raccolto la palla al balzo. Il Movimento 5 Stelle, attraverso una nota stampa, ha parlato apertamente di un "governo delle infrazioni", sottolineando come la gestione della cosa pubblica – dalla qualità dell’acqua alla presenza di interferenti endocrini – sia ormai costantemente sotto la lente di ingrandizione di Bruxelles. Più contenuto, ma non meno incisivo, l’intervento dell’assessore regionale umbro Thomas De Luca, che ha commentato l’accaduto vantando il lavoro preventivo della propria regione sul monitoraggio dei Pfas, quelle sostanze perfluoroalchiliche che rappresentano uno dei principali nemici della purezza delle falde. Dal suo punto di vista, se l’Umbria ha già messo in sicurezza i rubinetti dei propri cittadini, lo stesso non si può dire per il resto del Paese, dove la normativa ancora zoppica.
La procedura, al momento, si trova nella fase cosiddetta della "lettera di costituzione in mora". L’Italia ha formalmente due mesi di tempo per presentare le proprie controdeduzioni o, in alternativa, per correggere il tiro: ciò significa modificare i decreti legislativi di attuazione (in particolare il d.lgs. 18/2023) per colmare quelle lacune segnalate dalla Commissione. Trascorso infruttuosamente questo lasso di tempo, il rischio concreto è che la procedura si inasprisca, trasformandosi in un parere motivato e, infine, in una condanna finanziaria davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, con le conseguenti sanzioni pecuniarie per lo Stato italiano.
La sfida tecnica degli inquinanti emergenti
A rendere particolarmente spinosa la vicenda è la natura stessa della direttiva contestata. La normativa europea mira infatti a proteggere la salute umana attraverso la fornitura di "acqua del rubinetto più pulita", aggiornando gli standard qualitativi per includere gli inquinanti emergenti. Tra questi figurano le ormai celebri microplastiche e gli interferenti endocrini, sostanze chimiche – spesso presenti in pesticidi e prodotti industriali – che alterano il sistema ormonale. L’Italia, in sede di recepimento, avrebbe omesso di fissare valori guida adeguati per la gestione di queste tracce, limitandosi spesso a semplici raccomandazioni. Non solo: il decreto italiano avrebbe introdotto un sistema di rinvii temporali per alcuni obblighi (quelli economicamente più onerosi per i gestori del servizio idrico) che Bruxelles considera sleali.
Sono passati ormai diversi anni dalla scadenza stabilita per la messa a norma, e il margine di trattativa si sta rapidamente assottigliando. L’acqua, bene comune per eccellenza e risorsa strategica per l’agricoltura (si vedano le recenti tensioni per la siccità in alcune regioni come la Basilicata o la Sicilia), diventa così un nuovo campo di battaglia legale tra Roma e l’Europa. Non si tratta, in questo frangente, di una sanzione per l’inquinamento diretto, ma di una bocciatura formale per la cattiva scrittura delle leggi. L’Italia, insomma, si difende dalle critiche sulla qualità dell’acqua che eroga, ma lo fa con le norme sbagliate.




