Pechino ferma Meta: sull’intelligenza artificiale la Cina chiude la porta a Zuckerberg

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non era una semplice acquisizione, quella che Meta aveva messo in piedi attorno a Manus, e infatti non è stata trattata come tale. Il blocco imposto dalla Cina all’operazione, con cui il colosso di Mark Zuckerberg puntava a inglobare la giovane startup di intelligenza artificiale – nata in Cina e successivamente trasferita a Singapore – racconta molto più di un semplice stop regolatorio. Racconta, piuttosto, la nuova grammatica della competizione tecnologica globale, dove algoritmi, capitale e sovranità viaggiano ormai sullo stesso binario. E dove nessuna transazione da oltre 2 miliardi di dollari può più considerarsi solo affare tra privati.

La Cina ferma Meta: Manus non deve passare agli americani

L’ordine è arrivato dall’ufficio per la sicurezza degli investimenti esteri della Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma, il principale organismo di pianificazione economica di Pechino. In un comunicato diffuso oggi, l’ente ha parlato di divieto all’acquisizione straniera della startup di intelligenza artificiale, chiedendo alle parti coinvolte di ritirare la transazione – chiusa a dicembre – perché non si intende consentire alcun investimento estero in Manus. Nessuna menzione esplicita di Meta, in apparenza, ma il riferimento all’operazione e alle sue dimensioni lascia pochi dubbi su chi fosse il reale destinatario del provvedimento. La Cina dice no a Zuckerberg, e lo dice con una chiarezza che non ha bisogno di virgolette diplomatiche.

Il caso Manus che scalda i motori del summit Trump-Xi

Immaginate una giovane azienda tecnologica cinese che, in meno di un anno, diventa una delle promesse più brillanti del settore. Si chiama Manus, ed era nata nel marzo del 2025 da due imprenditori visionari, Xiao Hong e Ji Yichao. I loro programmi di intelligenza artificiale sono speciali: non si limitano a rispondere a domande semplici, ma sanno fare cose pratiche e complesse, come gestire flussi di lavoro autonomi o interagire con ambienti digitali in modo quasi umano. Proprio questa specificità, una sorta di “mano” artificiale (come suggerisce il nome latino), l’aveva messa nel mirino di Meta, che nell’acquisizione vedeva un modo per colmare un gap tecnologico sempre più difficile da ignorare. E invece il veto è arrivato prima di qualsiasi integrazione.

Cina blocca l’acquisizione da 2 miliardi di dollari di Manus da parte di Meta. Ecco perché

La decisione della Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma non è un fulmine a ciel sereno, ma si inserisce in una strategia più ampia di protezione delle tecnologie sensibili. Manus, sebbene trasferita a Singapore, conservava legami profondi con l’ecosistema cinese: i fondatori, i primi finanziamenti, molti dei ricercatori. Lasciare che finisse nelle mani di un gigante americano, nelle more di una presidenza Trump ormai stabile da più di un anno, avrebbe significato consegnare a Washington un pezzo di know-how che Pechino considera ormai strategico. Così il blocco diventa un messaggio, non solo a Zuckerberg ma a tutta la Silicon Valley: l’intelligenza artificiale non è più terra di conquista, ma confine da difendere con gli stessi strumenti con cui si difende un giacimento o un nodo infrastrutturale. L’operazione, da oltre 2 miliardi di dollari, era già stata annunciata a dicembre, ma la sua esecuzione pendeva come una spada di Damocle. Ora la spada è caduta, e dalla parte di Pechino.

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