Romania, socialisti ed estrema destra uniti per far cadere il governo. La «linea rossa» superata e gli effetti in Europa
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Redazione Esteri
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Il cosiddetto «cordone sanitario», quel meccanismo politico pensato per isolare le formazioni considerate estreme e che per anni ha retto l’architettura democratica di molti paesi dell’Est Europa, accusa una nuova e preoccupante falla. Ed è a Bucarest, questa volta, che il danno si rivela più profondo: a mandare in frantumi il governo europeista del primo ministro Ilie Bolojan non è stata una classica offensiva delle destre radicali, bensì l’inedita alleanza tra il principale partito socialdemocratico – il Psd – e l’opposizione di estrema destra dell’Alleanza per l’unità dei rumeni (Aur). Un’intesa che, fino a un mese fa, sarebbe parsa irrealizzabile, visto che gli stessi socialdemocratici sedevano proprio nella coalizione di governo che sosteneva Bolojan.
I numeri parlano chiaro e restituiscono la portata del terremoto politico: la mozione di sfiducia, presentata congiuntamente dagli ex alleati socialdemocratici e dai nazionalisti dell’Aur, ha raccolto 281 voti favorevoli, superando ampiamente la soglia minima dei 233 necessari. Il governo liberale, insediatosi il 23 giugno del 2025, è così caduto dopo nemmeno un anno di vita – un lasso di tempo breve, nel quale Bolojan aveva cercato di rassicurare Bruxelles sulla tenuta del percorso filo-europeo del paese. E proprio la fragilità di quella maggioranza, già divenuta di minoranza dalla fine di aprile quando i socialdemocratici ne chiesero le dimissioni uscendo dalla coalizione a quattro partiti, ha reso possibile l’inaspettato ribaltone.
La caduta del governo e il ruolo del Psd: quando la sinistra abbatte il «firewall»
L’elemento di rottura, che farà discutere a lungo nelle capitali europee, è proprio la decisione del Partito socialdemocratico della Romania (Psd) di incrociare i propri voti con quelli dell’estrema destra. Un gesto che, in qualsiasi altro contesto, sarebbe stato definito come l’attraversamento di una «linea rossa» invalicabile: per decenni la sinistra post-comunista rumena ha giustificato la propria rispettabilità internazionale proprio tenendo a distanza le pulsioni nazionaliste, rappresentate oggi dall’Aur. E invece i deputati socialdemocratici non solo hanno votato la sfiducia contro il loro stesso ex alleato liberale, ma hanno di fatto consegnato il paese a una paralisi istituzionale dai contorni pesanti.
Bucarest torna così nel caos a due anni di distanza dall’annullamento delle elezioni presidenziali, un precedente che aveva già scosso la fiducia degli investitori e dei partner occidentali. Ora i rischi sono immediatamente tangibili: il rating del debito sovrano potrebbe subire un nuovo taglio, l’accesso ai fondi europei – già condizionato ai meccanismi dello Stato di diritto – diventa più incerto, e la stabilità della valuta locale, il leu, è messa alla prova dall’onda speculativa che segue ogni crisi di governo in un paese emergente. Bolojan, da parte sua, resta formalmente in carica per gli affari correnti, senza però la possibilità di compiere scelte strategiche.
Un paese in bilico e le consultazioni per un nuovo esecutivo
Il presidente Nicusor Dan, figura indipendente e tecnica che ha costruito la propria reputazione sulla lotta alla corruzione all’interno dell’amministrazione della capitale, si trova ora a gestire una situazione tra le più spinose dalla caduta del regime comunista. Dopo la convalida della mozione, egli avvierà nelle prossime ore le consultazioni con tutti i gruppi parlamentari per individuare un nome in grado di formare un nuovo governo. Un compito reso quasi titanico dalla frammentazione dell’emiciclo: non esiste più una maggioranza europeista chiara, e l’alleanza tra socialdemocratici e ultranazionalisti dell’Aur – seppure occasionale per abbattere Bolojan – potrebbe ripetersi anche su altri dossier, condizionando ogni tentativo di ricostruzione.
Non si tratta, va sottolineato, di un semplice rimpasto o di una crisi tecnica. La Romania, che confina con l’Ucraina e gioca un ruolo cruciale nel fianco orientale della Nato, rischia di vedere compromessa la propria affidabilità agli occhi di Bruxelles proprio mentre l’Europa cerca di mostrare un fronte compatto. E se la caduta del governo liberale ha un colpevole immediato – il Psd che ha scavalcato il cordone sanitario – le conseguenze non si limiteranno ai confini nazionali. Altri partiti socialisti o socialdemocratici europei, da tempo in difficoltà nel definire la propria posizione nei confronti delle destre radicali, osserveranno con attenzione cosa accadrà a Bucarest nelle prossime settimane.
Ilie Bolojan, il sorriso che non ha retto all’urto con la realpolitik
Ilie Bolojan, esponente di spicco del Pnl (Partito nazionale liberale), era stato descritto all’estero come un riformatore pragmatico, capace di sorridere all’Europa senza rinunciare a una certa durezza nella gestione dei conti pubblici. Il suo era un governo di minoranza dalla fine di aprile, quando i socialdemocratici – il partito più grande in parlamento – avevano già fatto capire di volere un cambio di passo. Nessuno, tuttavia, si aspettava che la loro uscita dalla coalizione filo-europea si trasformasse in una vera e propria alleanza parlamentare con l’estrema destra per presentare una mozione di sfiducia condivisa. Una mossa che, per molti osservatori interni, sa di calcolo a breve termine: il Psd spera di capitalizzare l’instabilità e tornare al governo senza l’impaccio dei liberali, ma per farlo si è sporcato le mani con un partner che per anni aveva contribuito a tenere all’opposizione.
Ora Bolojan sorride meno. Rimane in carica per gli affari correnti, con un’agenda svuotata di ogni potere negoziale rilevante, mentre il paese intero trattiene il fiato in attesa di capire se il presidente Dan riuscirà a ricomporre una maggioranza alternativa. L’alternativa, per quanto remota, è un nuovo voto anticipato in un clima già avvelenato dall’instabilità cronica e dalla crescente influenza dei movimenti sovranisti. Quello che sembrava un argine solido – il cordone sanitario – si è rivelato di carta, e la Romania torna a essere l’anello debole della transizione democratica post-comunista.




