Usa avvertono: «Americani lascino subito l’Iran». Intanto ripartono i colloqui bilaterali sul nucleare in Oman

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ambasciata statunitense in Iran ha diramato, in queste ore, una comunicazione di straordinaria urgenza, nella quale si invita senza mezzi termini i cittadini americani presenti nel Paese a predisporre un’immediata evacuazione. L’avviso, perentorio, sottolinea come chiunque scelga di rimanere – o non abbia la concreta possibilità di partire – non debba in alcun modo fare affidamento sul supporto del proprio governo in caso di emergenza, trovandosi di fatto in una posizione di estremo rischio. Agli individui che, per varie ragioni, fossero costretti a restare, viene dunque consigliato, come misura minima di precauzione, di mantenere un profilo quanto più possibile basso, di evitare qualsiasi assembramento o manifestazione pubblica e di prestare la massima attenzione all’ambiente circostante, anche a causa del rafforzamento delle misure di sicurezza interna che comporta, tra l’altro, chiusure improvvise di strade, interruzioni dei trasporti e temporanei blackout della rete internet.

Un dialogo complesso, mediato da Muscat

La gravità dell’allerta di sicurezza, che dipinge uno scenario di forte tensione, si staglia su uno sfondo diplomatico però in movimento, come dimostrano i lunghi colloqui bilaterali sul dossier nucleare iraniano che si sono appena tenuti a Muscat, in Oman. I negoziati, i primi di questo tipo dopo il conflitto lampo dello scorso giugno – spesso ricordato come la “guerra dei dodici giorni” –, hanno visto le delegazioni di Teheran e Washington impegnate in oltre sei ore di discussioni, suddivise in tre distinte sessioni e intervallate soltanto da brevi pause. A fare da tramite essenziale, garantendo quel filo di comunicazione dove un contatto diretto appare ancora impraticabile, è stato il ministro degli Esteri omanita, il quale ha operato una meticolosa e incessante spola tra le due parti, cercando di limare le profonde divergenze che le separano.

Il retaggio di una conflittualità radicata

Quello in corso è un dialogo carico di sfide, che tenta di affrontare una contesa dalle radici antiche e che, durante la precedente amministrazione di Donald Trump – oggi nuovamente presidente degli Stati Uniti –, ha conosciuto una significativa e pericolosa escalation, culminata proprio nei drammatici eventi dello scorso anno. Quel conflitto, sebbene di breve durata, ha lasciato cicatrici profonde e ha complicato ulteriormente il già intricato quadro mediorientale, coinvolgendo attori regionali cruciali e inasprendo le reciproche diffidenze. L’ottimismo registrato al termine di questo primo round di incontri in terra omanita, perciò, è un sentimento cauto, che sconta la consapevolezza di dover superare ostacoli di natura non solo tecnica ma anche politica, in un clima generale segnato da incidenti di cronaca nera e da inchieste giudiziarie che, pur nella necessità di un racconto rispettoso delle vittime, testimoniano un substrato di instabilità latente.

La difficile ricerca di un percorso condiviso

La sostanza dei colloqui, com’è noto, ruota intorno al programma nucleare iraniano e alla possibilità di trovare una via d’uscita da una situazione di stallo che, negli anni, ha generato sanzioni internazionali e accuse reciproche di non rispettare gli impegni assunti. La scelta dell’Oman come sede neutrale non è casuale, essendo il Sultanato storicamente un mediatore discreto e affidabile nella regione, capace di aprire canali dove altri hanno fallito. Mentre una parte dei cittadini americani si affretta probabilmente a lasciare il suolo iraniano, seguendo le raccomandazioni allarmate della propria ambasciata, i diplomatici proseguono quindi il loro paziente lavoro, consci che la posta in gioco – la stabilità di un’area già provata e il controllo di tecnologie sensibili – richiede una determinazione fuori dal comune, senza la quale ogni progresso rischia di rivelarsi effimero.

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