L'allarme della Cgia: a Natale si accende il rischio usura per famiglie e imprese

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Con l’avvicinarsi delle festività, un fenomeno oscuro torna a guadagnare terreno, facendo leva sulle pressioni sociali ed economiche che il periodo comporta. L’ufficio studi della Cgia di Mestre ha infatti rilanciato un monito preciso, sottolineando come la corsa ai regali e l’incremento generalizzato dei consumi spingano numerose famiglie verso forme di credito al consumo, alcune delle quali, quando non accessibili, aprono la strada a soluzioni pericolose. Si moltiplicano, nelle settimane che precedono il 25 dicembre, le richieste di prestiti personali, di dilazioni di pagamento o di formule come il “buy now, pay later”, strumenti che, se da un lato alleviano temporaneamente le spese, dall’altro possono innescare spirali debitorie difficili da controllare.

Il circuito illegale che prospera nella crisi

Il punto di frizione, come evidenziato dall’associazione artigiana, risiede proprio nel passaggio dal credito formale a quello illegale. Chi si trova già in una condizione di fragilità finanziaria, magari per una storia di insolvenze o per la mancanza di garanzie, viene infatti respinto dal circuito bancario tradizionale; è in questo vuoto che prospera l’offerta dell’usura, un mercato parallelo e opaco che, stando alle analisi, vede la propria domanda crescere in concomitanza con le sollecitazioni festive. Il meccanismo è subdolo: la necessità percepita di non deludere le aspettative familiari, unita alla difficoltà di far quadrare i conti in un mese particolarmente oneroso, spinge alcuni a cercare somme di denaro senza porre troppe domande sulle condizioni di restituzione, spesso vessatorie e destinate a strangolare il debitore.

La sofferenza non risparmia il tessuto produttivo

A essere coinvolto non è però soltanto il mondo dei nuclei domestici, poiché il medesimo stress finanziario grava pesantemente sulle attività economiche, in particolare su artigiani e piccoli commercianti. Questi ultimi, a differenza dei dipendenti che possono contare su uno stipendio fisso e sulla tredicesima, operano spesso con margini ridotti e entrate incerte, e devono comunque sostenere costi aggiuntivi per le scorte o per l’allestimento dei punti vendita. La Cgia porta ad esempio il caso del Trentino-Alto Adige, regione dove la situazione economica generale è considerata tra le più solide del paese: nonostante ciò, le imprese classificate come “sofferenze”, ovvero con crediti deteriorati o a rischio insolvenza, sono oltre milleduecento, registrando un incremento nell’ultimo anno. Un segnale che la fragilità è diffusa e non conosce confini geografici privilegiati.

Un quadro nazionale di vulnerabilità diffusa

Il fenomeno, del resto, mostra la sua capillarità in diverse aree del territorio nazionale. In Umbria, per citare un altro dato fornito dall’ufficio studi, si è registrato un aumento superiore al tre per cento, nell’arco dell’ultimo biennio, delle imprese con affidamenti in sofferenza. Analoghe criticità emergono in Veneto, dove il caso di Verona, indicata come la seconda provincia della regione per numero di aziende in difficoltà, illustra come la pressione debitoria sia un fattore di rischio trasversale. Si delinea così un quadro in cui la spinta consumistica natalizia, se da un lato anima gli scambi commerciali, dall’altro rischia di agire da detonatore per situazioni di precarietà latente, spingendo sia i privati sia i piccoli imprenditori verso l’orlo di un baratro finanziario dal quale è poi complicatissimo risalire.

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