Caropieno e autotrasporto in sciopero: cinque giorni di fermo, l’allarme della Cgia e il nodo delle accise
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Redazione Interno
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Il caro carburanti, che già da mesi comprime i margini delle imprese su strada, sta per tradursi in una paralisi diffusa della logistica italiana. Domani i rappresentanti delle associazioni di categoria dell’autotrasporto incontreranno la Commissione di garanzia; dopodiché verrà comunicata la data esatta di inizio della fermata, realisticamente intorno alla metà di maggio tenendo conto dei tempi di preavviso dovuti. «Non sarà di un giorno, sarà un periodo», ha dichiarato Giuseppina Mussetola, presidente della Fai di Brescia – un’associazione che rappresenta la quasi totalità delle 2.500 aziende del settore nella provincia bresciana – e in questa affermazione si legge la volontà di non limitarsi a uno stop simbolico, bensì a una protesta destinata a durare.
La protesta che parte dalla Sardegna e il ruolo di Unatras
Il primo segnale concreto arriva dall’isola: il trasporto merci in Sardegna si prepara a fermarsi, su decisione di Unatras, l’Unione delle associazioni nazionali dell’autotrasporto (di cui fa parte anche Confartigianato Trasporti). Nei prossimi giorni verranno definite modalità e tempistiche della mobilitazione, nel rispetto del codice di autoregolamentazione del settore. La scelta di partire dalla Sardegna non è casuale: l’insularità rende l’approvvigionamento più fragile e il costo del gasolio, aggravato dalle spese di traghettamento, pesa in modo sproporzionato rispetto alla penisola. Gli autotrasportatori chiedono ristori immediati – «Senza i quali si ferma l’Italia» – e il loro messaggio è indirizzato sia al governo sia alla Commissione di garanzia, che dovrà valutare la legittimità dell’astensione collettiva.
I numeri della Cgia: un’impresa su cinque a rischio chiusura
A fornire il quadro economico più crudo è l’analisi della Cgia di Mestre: un’impresa di autotrasporto su cinque rischia di chiudere entro la fine dell’anno per la crisi di liquidità legata al caro gasolio e per quella che viene definita la «beffa» del taglio delle accise. Il meccanismo è noto agli addetti ai lavori: lo sconto sulle accise, applicato nei mesi scorsi per calmierare i prezzi alla pompa, ha finito per ridurre il gettito fiscale senza però abbattere in modo strutturale il costo industriale del carburante; ora che lo sgravio è stato ridimensionato, le aziende si trovano a dover fronteggiare un rincaro pieno senza aver accumulato riserve. Secondo la Cgia, sono tra 700 e 800 le imprese del settore che potrebbero essere costrette a chiudere, con i Tir definiti «in ginocchio» proprio perché privi di liquidità.
Il crinale già visto dell’economia europea
Queste tensioni sul fronte dei trasporti non nascono in un vuoto congiunturale. Le nuove valutazioni del Fondo Monetario Internazionale descrivono un’economia europea che torna su un crinale già familiare: crescita debole, inflazione sotto pressione e margini di intervento per i governi sempre più stretti. In questo quadro si inserisce la replica del ministro Giancarlo Giorgetti – il quale ha ribadito la necessità di non alimentare spirali rialziste – e le preoccupazioni del mondo produttivo, che vede nella paralisi dell’autotrasporto un effetto domino capace di bloccare catene di fornitura intere. La protesta dei camionisti, lungi dall’essere episodica, rappresenta il sintomo di una crisi profonda e persistente, dove il costo dell’energia si scontra con la fragilità di un comparto che muove oltre l’85% delle merci in Italia.




