Due morti a San Vittore, il segreto di Pulcinella della droga in carcere

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nel giro di poche ore, un silenzio carico di domande ha attraversato i corridoi del carcere di San Vittore, interrotto solo dai tentativi disperati di rianimare due uomini che non ce l’hanno fatta. Il primo, un trentaseienne di origine peruviana che avrebbe compiuto gli anni proprio il giorno dopo la sua morte, è stato colto da un malore improvviso nella sua cella; portato d'urgenza in infermeria e poi al Policlinico, ogni sforzo per salvarlo è risultato vano, spegnendosi intorno alle venti a causa di un arresto cardiocircolatorio. Poche ore dopo, un altro detenuto, un uomo di nazionalità tunisina, ha seguito la stessa, tragica sorte, lasciando un solco profondo di inquietudine e gettando una luce cruda su una realtà che, sebbene spesso taciuta, è sotto gli occhi di tutti.

Il muro di gomma delle sostanze illegali

Pietro Farneti, responsabile dello Smi, il Servizio per le dipendenze che opera all’interno del penitenziario, definisce “il segreto di Pulcinella” ciò che tutti sanno ma di cui pochi parlano apertamente: la circolazione di sostanze stupefacenti tra le mura del carcere. “È rarissimo”, afferma, “che una morte in carcere sia ricondotta in via ufficiale alla droga, ma che le sostanze circolino è un dato di fatto”. Farneti, la cui esperienza gli permette di osservare da vicino le dinamiche del luogo, aggiunge un altro tassello preoccupante, ovvero la capacità dei detenuti di accumulare farmaci, i quali vengono poi assunti in dosi massicce o rivenduti all’interno di un mercato sommerso che prospera nonostante i controlli. La Procura di Milano, per far luce sulle due morti ravvicinate, ha disposto l’autopsia sui corpi, mentre l’ipotesi di una droga “tagliata male” o di un mix letto di farmaci e oppiacei comincia a prendere forma, sebbene sia ancora presto per trarre conclusioni definitive.

La gestione della sicurezza oltre i limiti

A parlare, con la voce di chi ha diretto quel carcere per quindici anni, è anche Luigi Pagano, oggi garante del Comune di Milano per le carceri, il quale descrive una “situazione al limite”, dove diventa umanamente impossibile controllare ogni singolo movimento. Pagano, che ha ricoperto incarichi di alto livello nell’amministrazione penitenziaria, non si limita a constatare l’evidente criticità ma indica una strada che, a suo parere, potrebbe alleviare una pressione divenuta insostenibile: la necessità di strumenti straordinari come l’indulto e l’amnistia. Le sue parole, sebbene non si colleghino direttamente ai recenti decessi, disegnano il quadro di un sistema che fatica a contenere un fenomeno, quello dello spaccio e dell’uso di sostanze, che si insinua nelle falle di una struttura già provata dal sovraffollamento e dalla carenza di personale.

Un fenomeno strutturale e le sue conseguenze

Quello che emerge, al di là delle singole tragedie, è la fotografia di un ambiente in cui la presenza di droghe e psicofarmaci, sebbene raramente citata come causa ufficiale di morte, costituisce una minaccia costante e sottovalutata. La rapidità con cui si sono verificati i due decessi, unita ad altri tre casi di malore registrati nello stesso arco temporale, non fa che accentuare l’allarme, spingendo le autorità a intensificare le verifiche. La circolazione di queste sostanze, che qualcuno riesce a far entrare nonostante i dispositivi di sicurezza, rappresenta un problema endemico, un dato di fatto con cui devono fare i conti sia gli operatori del settore che gli stessi detenuti, i quali si trovano esposti a rischi che vanno ben oltre la detenzione.

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