Avvelenate con la ricina, la procura acquisisce cellulari e tablet delle due donne

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il giallo delle morti avvenute subito dopo Natale, quelle di Sara Di Vita e di sua madre Antonella Di Ielsi, entrambe stroncate dalla ricina, non ha ancora trovato una risposta che possa soddisfare gli inquirenti; anzi, a distanza di mesi, il quadro investigativo si è fatto, semmai, più fitto di dubbi e di zone d’ombra. La procuratrice di Larino, Elvira Antonelli – che coordina le indagini per duplice omicidio premeditato – ha deciso di compiere un passo ulteriore, forse decisivo, nella ricostruzione degli ultimi giorni di vita delle due donne. È stata disposta, infatti, una nuova perquisizione informatica nella casa della famiglia Di Vita, situata a Pietracatella, in provincia di Campobasso, e gli operatori della polizia scientifica vi faranno ritorno lunedì prossimo, il 4 maggio, con un obiettivo ben preciso: prelevare ogni dispositivo elettronico che sia appartenuto alle vittime. Cellulari, computer, tablet, persino le più minute chiavette usb: nessun supporto digitale dovrà sfuggire a questa seconda, meticolosa battuta.

Un’interrogatorio lungo cinque ore e la posizione del padre-moglie

Sulla vicenda, che ha scosso il piccolo centro molisano, pesa il silenzio di una verità ancora sepolta, e gli investigatori stanno scandagliando il passato e le relazioni delle due donne nella speranza di trovare un movente, un rancore, una pista finora trascurata. Nel frattempo, il padre di Sara e marito di Antonella, Gianni Di Vita, è stato nuovamente sentito sabato mattina, il 2 maggio, e l’interrogatorio in Questura a Campobasso si è protratto per circa cinque ore. L’uomo – al momento non risulta indagato – ha risposto alle domande degli inquirenti, ma dalle sue dichiarazioni non sarebbero emersi, almeno secondo quanto trapela da fonti vicine alle indagini, elementi tali da indirizzare subito le ricerche verso una direzione precisa. La sua posizione, comunque, resta sotto la lente d’ingrandimento, come è inevitabile che sia in casi di omicidi familiari, senza che ciò comporti alcuna automatica attribuzione di responsabilità.

Il ritorno della scientifica e il valore (forse decisivo) dei dati digitali

L’acquisizione dei materiali informatici, programmata per lunedì, non rappresenta un atto meramente tecnico, bensì il tentativo di ricostruire il quadro delle comunicazioni, delle abitudini e persino delle frequentazioni virtuali delle due vittime nei giorni precedenti l’avvelenamento. La ricina, un veleno potentissimo e raro, non lascia infatti tracce banali: chi la somministra deve averla manipolata, procurata o estratta, e spesso proprio dai dispositivi elettronici emergono contatti, ricerche su internet o messaggi che possono rivelare un movente o un fiancheggiatore. La procuratrice Antonelli, che da settimane segue il fascicolo con particolare attenzione, ha ritenuto che un primo sopralluogo – effettuato subito dopo i decessi – non fosse stato sufficientemente approfondito sul piano digitale, oppure che nuove esigenze investigative siano emerse dagli ultimi riscontri. Di qui l’ordine di tornare in quella casa, di portare via ogni hard disk esterno, ogni scheda di memoria, ogni traccia elettronica lasciata da madre e figlia.

Si scava nel passato delle vittime, alla ricerca di un movente

Gli inquirenti, stando a quanto risulta, stanno lavorando su più fronti: da un lato, l’analisi tossicologica che ha confermato senza ombra di dubbio la presenza di ricina nei corpi delle due donne; dall’altro, la ricostruzione delle loro ultime settimane di vita, con particolare attenzione a eventuali litigi, minacce o comportamenti anomali da parte di terzi. La polizia sta passando al setaccio le frequentazioni, le amicizie e persino i rapporti lavorativi di Sara e Antonella – un lavoro certosino, perché il veleno è stato probabilmente ingerito durante i pasti delle festività natalizie, un momento in cui la cerchia dei possibili avvelenatori si restringe presumibilmente a persone vicine. Ma l’assenza di un’ammissione, di una traccia fisica inequivocabile o di un testimone oculare spinge ora gli investigatori a ripiegare sulla prova regina del terzo millennio: i dati. Quelle conversazioni cancellate ma recuperabili, quei login, quelle geolocalizzazioni che nessuno, forse, ha pensato di occultare per bene. Lunedì, dunque, si scriverà un altro, importante capitolo di questa inchiesta che tiene col fiato sospeso l’intero circondario di Larino.

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