Adinolfi si difende al gip: "Sono un giocatore, non un truffatore di vecchiette"
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La strategia difensiva di Mario Adinolfi, ai domiciliari per la vicenda della cosiddetta "Scommessa collettiva", si è articolata in un interrogatorio di garanzia che ha visto l'ex leader del Popolo della Famiglia respingere con forza le accuse di truffa aggravata, abusivismo finanziario ed evasione fiscale.
Nel corso dell'udienza, tenutasi davanti alla gip Giulia Arcieri, il giornalista e fondatore del movimento cattolico conservatore ha rivendicato la natura lecita delle proprie attività legate al gioco d'azzardo e la buona fede che avrebbe animato il rapporto con i propri "scommettitori".
Secondo quanto emerso nel corso dell'interrogatorio, gli inquirenti contestano ad Adinolfi di aver promosso attraverso i social network un sistema di raccolta di denaro, attirando decine di persone con la promessa di rendimenti certi derivanti da scommesse sportive.
Al centro delle accuse, una presunta organizzazione che avrebbe fruttato all'indagato un milione e mezzo di euro, dei quali una parte – secondo le indagini della Guardia di Finanza – sarebbe stata utilizzata per finanziare uno stile di vita costellato da viaggi e soggiorni in località di lusso. In particolare, gli inquirenti hanno evidenziato come 678.
093 euro provenienti dai conti di Adinolfi siano stati destinati a case da gioco in Italia, Slovacchia, Repubblica Ceca, San Marino e Stati Uniti, mentre una mole consistente di denaro sarebbe affluita, senza una chiara giustificazione, ai conti personali del giornalista.
La difesa, affidata agli avvocati Pablo De Luca e Riccardo Di Lorenzo, ha invece dipinto un quadro opposto, sostenendo che la "Scommessa collettiva" non fosse altro che un'attività lecita di gioco di gruppo, nella quale Adinolfi agiva semplicemente come "portavoce" per conto di circa novanta persone che volontariamente affidavano il loro denaro alla sua esperienza di giocatore professionista.
Nel dettaglio, Adinolfi ha dichiarato al giudice che il gruppo di scommettitori era composto da figure "anche importanti" – tra cui professori universitari, liberi professionisti e notai – che gli inviavano i soldi senza alcuna costrizione e che, nella maggior parte dei casi, avrebbero ottenuto indietro somme superiori a quelle versate.
A sostegno di questa tesi, la difesa ha citato il caso di una donna che, dopo aver versato 30mila euro, ne avrebbe ricevuti 50mila, e ha quantificato in 1,3 milioni di euro le restituzioni effettuate dall'indagato, a fronte di 1,5 milioni di euro di entrate contestate dalla Procura.
La replica del giornalista: "Vita morigerata e restituzioni sistematiche"
Nel corso dell'interrogatorio, Adinolfi ha respinto con veemenza l'accusa di aver condotto un'esistenza all'insegna del lusso, dichiarando di aver sempre condotto una "vita morigerata". "Altro che Courmayeur, non so neanche sciare", ha affermato il giornalista, riferendosi alle località di villeggiatura che gli sarebbero state contestate, e rigettando anche l'ipotesi di evasione fiscale con un parallelo che ha suscitato non poche discussioni: "Se io sono un evasore, allora lo sono tutti quelli che giocano online".
La difesa, al termine dell'udienza, ha formalmente richiesto la revoca della misura cautelare degli arresti domiciliari, sostenendo che la custodia sia sproporzionata rispetto ai reati contestati e che non ricorrano, nel caso specifico, gli estremi del raggiro necessari per configurare il reato di truffa. I legali hanno inoltre sottolineato come, a loro dire, vi sia una "simmetria tra entrate e uscite" che sarebbe stata valutata dalla Procura solo in senso negativo, trascurando gli elementi favorevoli all'indagato.
Il giudice, a questo punto, si è riservato di decidere nei prossimi giorni sulla richiesta di revoca della misura cautelare, mentre l'inchiesta della Procura di Roma prosegue per fare piena luce su una vicenda che coinvolge oltre ottanta persone e movimenti di denaro stimati in milioni di euro.




