Medici in fuga dagli ospedali pubblici: nel 2025 le dimissioni superano i pensionamenti
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Redazione Interno
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Per la prima volta nel decennio 2015-2025, i medici che hanno lasciato volontariamente il Servizio sanitario nazionale sono stati più numerosi di quelli andati in pensione. È il dato centrale della «Radiografia della sanità pubblica 2015-2025», lo studio del Centro Studi Anaao Assomed diffuso il 2 ottobre 2026. Nel 2025 le dimissioni volontarie hanno raggiunto quota 3.767, contro 2.876 pensionamenti. Un sorpasso che il sindacato dei medici ospedalieri definisce senza mezzi termini «un vero e proprio esodo».
Un fenomeno che riguarda dodici regioni su venti
L’analisi del sindacato, elaborata su dati Onaosi, Conto annuale del Tesoro e ministero dell’Economia, disegna una geografia della fuga tutt’altro che uniforme. In dodici regioni su venti i dimissionari superano i pensionati. Il rapporto tra le due grandezze è particolarmente elevato in Lazio, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna, dove chi lascia volontariamente il servizio è da 2,4 a 3,3 volte il numero di chi raggiunge i limiti di età.
La Sardegna, in particolare, registra i valori più alti d’Italia: i camici bianchi che abbandonano i reparti sono tre volte quelli che vanno in pensione e, nonostante le assunzioni, il bilancio finale in dieci anni si chiude con un deficit di 298 professionisti.
Per ogni cento assunzioni, quarantatré dimissioni
Il rapporto tra ingressi e uscite è il dato che meglio restituisce la dimensione della crisi di attrattività del servizio pubblico. Nel 2025, per ogni cento medici assunti a tempo indeterminato, ben quarantatré hanno rassegnato le dimissioni; settantasette sono complessivamente usciti dal sistema, considerando anche pensionamenti e altre cause di cessazione. «Una vasca senza tappo», la definizione usata dal segretario nazionale Anaao Assomed, Pierino Di Silverio, per descrivere un sistema che continua a immettere professionisti senza riuscire a trattenerli.
Organici più giovani, ma sempre più fragili
Il paradosso evidenziato dallo studio è che il ricambio generazionale, pur in corso, non basta a compensare le uscite. Tra il 2015 e il 2024 la consistenza complessiva degli organici è cresciuta del 2,7 per cento, passando da 105.380 a 108.243 medici, e l’età media si è ridotta di circa due anni e mezzo. Il Decreto Calabria, fortemente sostenuto dal sindacato, ha permesso l’ingresso di quasi diecimila giovani medici tra il 2019 e il 2025. Eppure il saldo tra chi entra e chi esce resta negativo in vaste aree del Paese. Il Mezzogiorno, in particolare, ha perso 1.166 unità nell’ultimo decennio, con cali particolarmente severi in Basilicata, Molise, Valle d’Aosta e Calabria.
Le cause: turni, retribuzioni, burocrazia
Le ragioni dell’abbandono sono molteplici e intrecciate. Turni massacranti, soprattutto nei pronto soccorso e nel servizio di emergenza territoriale, retribuzioni considerate non competitive rispetto ad altri Paesi europei, carichi burocratici crescenti e un clima di crescente insicurezza negli ospedali.
In Puglia, dove nel 2025 le dimissioni volontarie hanno toccato quota 308 – un picco mai registrato, rispetto alle 56 dell’anno precedente – tra chi ha lasciato figurano medici attratti da contratti più vantaggiosi all’estero o nelle regioni settentrionali, ma anche professionisti logorati dallo stress. Il Trentino-Alto Adige ha visto le dimissioni quasi triplicarsi in dieci anni, passando da 38 a 102, con uscite che avvengono «nel pieno della carriera e della maturità professionale», come sottolineano i rappresentanti sindacali.
Il quadro nazionale e le ricadute sull’assistenza
Il fenomeno delle dimissioni si inserisce in una crisi più ampia del personale sanitario. Secondo la Fondazione Gimbe, tra il 2012 e il 2023 il capitolo di spesa sanitaria relativo ai redditi da lavoro dipendente è stato il più sacrificato, con una riduzione cumulativa stimata in 28,1 miliardi di euro. La compressione delle risorse destinate al personale ha alimentato il ricorso ai medici gettonisti e ha reso meno attrattivo il lavoro negli ospedali pubblici.
Nei pronto soccorso, secondo l’indagine della Simeu, solo l’11 per cento delle strutture dichiara di avere personale sufficiente, mentre il 70 per cento segnala la presenza quotidiana di pazienti costretti a restare in barella in attesa di un posto letto, con attese che possono arrivare a 23 ore.
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