Sciame sismico nel Messinese, la terra trema tra i Nebrodi e le Eolie

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una sequenza di scosse, che ha tenuto i residenti della Sicilia nord-orientale con il fiato sospeso, si è manifestata con particolare intensità nella serata di ieri, quando gli strumenti dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia hanno registrato un evento di magnitudo 4.1 alle 19 e 3 minuti, con epicentro localizzato a soli due chilometri da Castel di Lucio, nel cuore del Messinese. L’ipocentro di questo movimento tellurico, quello che ha rappresentato il picco più evidente di una sequenza iniziata già dalle ore precedenti, è stato fissato a una profondità di 27 chilometri, un dato, quest’ultimo, che ha contribuito a fare in modo che la scossa fosse avvertita distintamente su un’area piuttosto estesa del territorio.

La dinamica dello sciame, tuttavia, non si è esaurita con quell’unico evento; anzi, la stessa rete di sorveglianza sismica ha documentato come il terreno fosse già entrato in agitazione sessanta secondi prima, ovvero alle 19 e 2 minuti, quando un’altra scossa di magnitudo 3.7 era stata localizzata a una profondità leggermente inferiore (26 chilometri) nelle vicinanze di Pettineo, un altro centro della provincia. A completare il quadro di questa fase particolarmente concitata, si sono susseguiti ulteriori eventi di magnitudo inferiore, come quelli registrati alle 19:06 e alle 19:15 nei dintorni di Castel di Lucio, a testimonianza di una continua riorganizzazione delle strutture geologiche in questa porzione di territorio.

Un’attività sismica diffusa tra costa e interno

Quella che ha caratterizzato le ultime ore, in realtà, è una sequenza sismica che ha mostrato un duplice volto: se da un lato l’entroterra dei Nebrodi è stato protagonista delle scosse più recenti, il vero risveglio tellurico era già avvenuto nelle ore notturne, quando l’area tirrenica a nord delle coste siciliane era stata sconvolta da movimenti di intensità addirittura superiore. Nella notte, infatti, gli strumenti avevano rilevato una scossa di magnitudo 4.6 nel Mar Tirreno meridionale, seguita a stretto giro, appena tre minuti dopo, da un’altra di magnitudo 4.3 localizzata questa volta in prossimità delle Isole Eolie, a una profondità di soli 11 chilometri.

Questi eventi, sebbene localizzati in mare e a una distanza tale da non causare danni alle strutture costiere, hanno rappresentato un evidente segnale di risveglio energetico per l’intera area dello Stretto. Il susseguirsi delle scosse, che nella sola notte ha contato una trentina di eventi di magnitudo superiore a 2.0, ha delineato il profilo di uno sciame sismico complesso, in cui la liberazione di energia si è spostata progressivamente dalla faglia sottomarina verso l’entroterra messinese. I tecnici dell’Ingv, attraverso il monitoraggio costante, hanno così potuto osservare come il fenomeno abbia interessato dapprima i fondali del Tirreno, per poi propagarsi verso sud, coinvolgendo i comuni dell’area nebroidea con quella sequenza di scosse ravvicinate che ha caratterizzato la serata.

Il contesto geologico di un’area ad alta complessità strutturale

La sovrapposizione, in un arco temporale così ristretto, di eventi localizzati sia in mare che nell’entroterra non rappresenta una casualità, ma trova piuttosto una spiegazione nella complessa architettura geologica che contraddistingue la Sicilia nord-orientale. L’area dello Stretto di Messina e i rilievi dei Nebrodi costituiscono infatti un punto di convergenza tra placche tettoniche differenti, dove la crosta terrestre è sottoposta a sollecitazioni di compressione e distensione che spesso coesistono a brevissima distanza le une dalle altre. In questo contesto, lo sciame sismico osservato viene interpretato come il risultato di una riattivazione di segmenti fagliati, sia quelli sommersi nel Tirreno – noti per essere stati responsabili di eventi catastrofici in passato – sia quelli che si sviluppano lungo la dorsale dei Nebrodi.

La profondità variabile degli ipocentri, che spazia dai 10-11 chilometri registrati per gli eventi in mare fino ai 27-29 chilometri registrati per le scosse nell’entroterra, suggerisce un’attivazione di piani di faglia differenti, dislocati a vari livelli della crosta. Un fenomeno, questo, che non fa che confermare l’elevato livello di frammentazione tettonica di un’area, quella tra le Eolie e il messinese, storicamente esposta a una delle più alte pericolosità sismiche del Mediterraneo.

Il monitoraggio strumentale e la percezione del fenomeno

Grazie alla capillarità della rete di sorveglianza gestita dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, ogni singolo evento è stato tempestivamente geolocalizzato e caratterizzato, permettendo di distinguere con precisione i vari cluster di attività. I dati restituiti dagli strumenti hanno confermato che, dopo il picco energetico rappresentato dai due eventi principali nella notte (4.6 e 4.3), l’attività si è gradualmente spostata verso l’entroterra, manifestandosi con quella raffica di tre scosse di magnitudo compresa tra 3.0 e 4.1 che ha interessato Castel di Lucio, Pettineo e Mistretta in meno di un quarto d’ora.

La popolazione, in particolare quella residente nei comuni dell’area nebroidea e lungo la costa tirrenica, ha avvertito distintamente i movimenti tellurici, sebbene le autorità non abbiano segnalato danni rilevanti a cose o persone. La sequenza, attualmente in corso di evoluzione, rimane costantemente sotto osservazione da parte dei sismologi, che continuano ad analizzare il flusso di dati provenienti dalle stazioni sismometriche disseminate sul territorio, al fine di decifrare la complessa dinamica di questa nuova fase di attività.

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