Ginevra, il negoziato allargato e il ritorno del falco Medinsky sul dossier ucraino
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Redazione Esteri
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Nella piovosa cornice di Ginevra, lontana dal fervore mediatico e dalle misure di sicurezza che avevano caratterizzato appuntamenti passati, si aprono oggi i colloqui trilaterali tra Stati Uniti, Russia e Ucraina. Un confronto che si annuncia subito complesso, dato che il Cremlino, per l’occasione, ha deciso di rimpiazzare la squadra di tecnici militari inviata nei precedenti round di Abu Dhabi con una delegazione politica di peso, guidata da Vladimir Medinsky, consigliere presidenziale noto per le sue posizioni intransigenti. L’agenda dei lavori, come confermato dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, sarà infatti più ampia rispetto alle semplici intese tecniche sul cessate il fuoco discusse negli Emirati; si parlerà dei territori, e la presenza di Medinsky, reduce da fallimentari negoziati a Istanbul, sottolinea la volontà di Mosca di dettare l’agenda politica della futura architettura di sicurezza, che include la suggestione, lanciata dalla portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, di una “governance esterna temporanea” per Kiev.
La scelta della sede, caduta sulla città svizzera nonostante le implicazioni del mandato d’arresto della Corte penale internazionale che grava su Vladimir Putin, rappresenta un segnale non casuale: lo scorso anno, il capo della diplomazia elvetica Ignazio Cassis aveva garantito che il presidente russo non sarebbe stato arrestato in territorio elvetico, qualora si fosse recato a Ginevra per trattare. Chissà che la due giorni che inizia oggi non rappresenti un primo, cauto passo per preparare il terreno a un futuro faccia a faccia tra i leader, mentre intanto, ai margini del confronto, si consumano le schermaglie dialettiche. La delegazione ucraina, guidata dal segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale Rustem Umerov e da Kyrylo Budanov, arriva al tavolo con la richiesta di garanzie di sicurezza credibili e durature, possibilmente per un orizzonte temporale superiore ai quindici anni proposti dagli Stati Uniti, in un momento in cui le truppe russe continuano ad avanzare e la capitale Kiev, con le infrastrutture energetiche a pezzi, è messa a dura prova dall’inverno.
La pressione di Trump, le aperture condizionate di Zelensky e l’ombra lunga del Donbass
Mentre i delegati prendevano posto nell’hotel InterContinental di Ginevra per colloqui che si terranno rigorosamente a porte chiuse, la pressione politica esercitata da Washington si faceva sempre più palpabile. Il presidente americano Donald Trump, che ha fatto della risoluzione del conflitto una priorità, ha ribadito alla vigilia che Volodymyr Zelensky deve “darsi una mossa”, pena la perdita di un’occasione storica. Il leader ucraino, intervenuto alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, ha risposto indirettamente, lamentando che troppo spesso gli interlocutori statunitensi pongano l’accento sulle concessioni che Kiev dovrebbe fare, e non su quelle che dovrebbe fare Mosca. Zelensky ha riproposto la sua formula: è disposto a indire le elezioni, sospese a causa della legge marziale, ma solo in cambio di un cessate il fuoco che duri almeno un paio di mesi, una condizione che ha definito essenziale per permettere il voto in un contesto di tregua e non sotto le bombe.
Sul tavolo, però, la questione più spinosa rimane quella territoriale, con le richieste russe che appaiono massimaliste. Mosca non solo chiede il riconoscimento dell’annessione delle regioni parzialmente occupate, ma spinge per un ritiro delle forze ucraine dall’intera regione del Donbass, incluso quel 20% di territorio che Kiev ancora controlla e dove insistono importanti risorse naturali. Una richiesta, questa, respinta al mittente da Zelensky, il quale ha avvertito che permettere all’aggressore di “prendere qualcosa” sarebbe un errore grave. Nel frattempo, la macchina da guerra non si ferma: gli ucraini rivendicano attacchi con droni sulle regioni di confine russe, mentre Mosca accusa Kiev di essere una “cellula terroristica” e continua a martellare le città, gettando un’ombra funesta su qualsiasi ipotesi di distensione e dimostrando come la diplomazia proceda di pari passo con l’escalation militare.




