Putin propone tregua di tre giorni, Kiev chiede un mese di cessate il fuoco
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Redazione Esteri
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Bruxelles – Vladimir Putin ha annunciato un cessate il fuoco unilaterale di tre giorni in Ucraina, dall’8 al 10 maggio, in occasione dell’80° anniversario della Giornata della Vittoria, che celebra la sconfitta del nazifascismo. La decisione, comunicata dal Cremlino attraverso un canale Telegram, è stata definita “umanitaria”, ma Kiev non ha tardato a replicare, chiedendo un immediato stop alle ostilità per un mese intero.
Il ministro degli Esteri ucraino, Andriy Sybiga, ha commentato su X la mossa russa, sottolineando che «se la Russia vuole davvero la pace, dovrebbe cessare il fuoco subito e non per pochi giorni». Una risposta che lascia intendere scetticismo, considerando che Mosca ha più volte utilizzato brevi tregue per riorganizzare le proprie operazioni militari.
Sullo sfondo, cresce la pressione internazionale per riavviare i negoziati, con Donald Trump che ha dichiarato di volersi concedere «due settimane, forse meno» per valutare la credibilità di Putin. Un’affermazione che, sebbene vaga, sembra indicare un tentativo di accelerare il dialogo, anche se al momento non ci sono segnali concreti di un’apertura da parte di Mosca o Kiev.
La proposta russa arriva dopo tre anni di stallo diplomatico, durante i quali ogni tentativo di mediazione è fallito. Se da un lato Putin si mostra disponibile a una tregua simbolica, dall’altro l’Ucraina esige un impegno più sostanziale, ritenendo insufficiente una pausa così breve. Intanto, i combattimenti continuano lungo il fronte orientale, dove le truppe russe mantengono l’iniziativa, mentre quelle ucraine resistono in attesa di ulteriori aiuti militari dall’Occidente.
Quella di Putin non è la prima tregua dichiarata unilateralmente, ma è la prima volta che il Cremlino la lega esplicitamente a una ricorrenza storica. Un dettaglio che potrebbe servire a rafforzare la narrazione interna, presentando la guerra come una continuazione della lotta contro il fascismo, mentre all’estero viene interpretato come un gesto ambiguo, più propagandistico che concreto.




