L’esplosione di Roma e i due anarchici morti: la galassia eversiva che torna all’ombra del 41-bis
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Redazione Interno
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L’onda d’urto generata dalla deflagrazione che giovedì sera ha raso al suolo un casolare abbandonato nel Parco degli Acquedotti ha fatto più che polverizzare mattoni e cemento: ha infranto quella coltre di sottovalutazione che, secondo gli ambienti investigativi, da anni avvolgeva le frange più radicali dell’anarchismo italiano. Quella che inizialmente era stata scambiata per la tragica fine di due senzatetto – un incidente di percorso per due vite marginali – si è rivelata invece la fotografia impietosa di una cellula operativa colta nel momento clou della sua attività. Alessandro Mercogliano, 53 anni, e Sara Ardizzone, 36, non erano semplici occupanti abusivi, ma militanti di lungo corso legati a doppio filo alle vicende giudiziarie di Alfredo Cospito, il detenuto al 41-bis attorno al quale si è ricompattata negli ultimi anni la galassia dell’anarco-insurrezionalismo italiano.
Le indagini coordinate dalla procura di Roma, con il pool antiterrorismo già al lavoro, si concentrano ora su una duplice verità: capire quale obiettivo si fossero prefissati i due prima che l’ordigno che stavano assemblando esplodesse prematuramente, e accertare l’esistenza di eventuali complici esterni o di una regia più ampia. Il di Mercogliano, che presentava la mutilazione di un arto, e le tracce di ustioni rilevate sulla donna hanno fornito agli inquirenti la prova regina: nel casale di via delle Capannelle, un edificio storico nato come casa cantoniera lungo la ferrovia Roma-Frascati, non si stava cucinando né si cercava riparo dal freddo, ma si confezionava un ordigno ad alto potenziale. Le piste al vaglio della Digos e della scientifica sono molteplici e vanno dalla rete ferroviaria – un obiettivo già sensibile dopo i recenti episodi di sabotaggio – a possibili azioni dimostrative contro il comparto della difesa, con un focus sul gruppo Leonardo, fino al tentativo di lanciare un messaggio eclatante a ridosso della scadenza di maggio relativa al decreto che applica il regime di carcere duro a Cospito.
La biografia dei due anarchici deceduti restituisce l’identikit di una coppia complementare e perfettamente funzionale alla causa insurrezionalista. Mercogliano, conosciuto negli ambienti come “Sandrone”, rappresentava il profilo più operativo: arrestato nel 2016 e poi coinvolto nel maxi-processo “Scripta Manent” – lo stesso in cui figurò Cospito – aveva già un passato di scontri con le istituzioni, culminato in episodi di disobbedienza come il rifiuto di fornire le impronte digitali in carcere. Sara Ardizzone, di diciassette anni più giovane, era invece il volto del proselitismo ideologico. Prosciolta lo scorso anno nell’ambito dell’inchiesta “Sibilla” che aveva indagato la rete anarchica tra Umbria e Lazio, in quell’occasione aveva avuto modo di dichiarare in aula la propria natura di “nemica di questo Stato come d’ogni altro Stato”, aggiungendo di credere “nella giustezza della violenza degli oppressi contro le proprie catene”. Un credo che la vedeva legata a doppio filo al circolo anarchico “La Faglia” di Foligno e a una residenza nel cuore dell’Umbria, a Sant’Anatolia di Narco, prima del ritorno nella capitale.
Il peso di un cognome e le scadenze che infiammano la piazza
Il quadro che emerge dai primi rilievi degli inquirenti è quello di una struttura organizzativa che, nonostante le condanne e le inchieste giudiziarie degli ultimi anni, non ha mai realmente smobilitato. Secondo le informative delle forze dell’ordine, le due vittime gravitavano in un ecosistema romano composto da almeno tre cellule operative, cinque sedi sparse sul territorio e circa quindici individui considerati capaci di passare dalla militanza teorica alla pratica eversiva. La deflagrazione di giovedì, avvertita da alcuni residenti ma inizialmente non segnalata, è avvenuta in un contesto di tensione già altissimo: il prossimo 28 marzo è previsto a Roma un corteo nazionale indetto dai movimenti antagonistici con il Titolo “No kings, contro i re e le loro guerre”, mentre ad aprile è calendarizzata un’assemblea pubblica proprio per sostenere la causa di Cospito.
Le modalità del decesso dei due anarchici – morti mentre confezionavano un ordigno – ha sollevato inevitabili interrogativi sulla capacità di penetrazione di queste sigle nel tessuto urbano. Il casale del Sellaretto, di proprietà privata e da tempo in stato di abbandono, rappresentava un luogo logisticamente strategico: defilato ma vicino a infrastrutture sensibili, ideale per un laboratorio clandestino. Gli investigatori stanno ora cercando di ricostruire i movimenti dei due nelle settimane precedenti per verificare da quanto tempo utilizzassero il rifugio e se fossero in contatto con altri esponenti della Federazione Anarchica Informale (Fai), la sigla con cui entrambi avevano avuto a che fare nelle passate vicende giudiziarie.
L’eredità di un attentato mancato e le ombre sul dopo
La morte di Mercogliano e Ardizzone rappresenta, per gli apparati di sicurezza, un doppio fallimento e una doppia conferma. Il fallimento è rappresentato dall’impossibilità di intercettare per tempo un’azione così violenta in preparazione; la conferma è invece quella della pericolosità concreta di un fenomeno che molti avevano frettolosamente archiviato come residuale o folkloristico. L’ex coordinatore delle indagini su Cospito, il magistrato Antonio Rinaudo, ha evidenziato come il gruppo storico non si sia mai dissolto e come la tensione sia destinata a innalzarsi, con il rischio di ulteriori azioni mirate alla rivendicazione dei due militanti morti, trasformati nel racconto interno da “vittime di un incidente” a “martiri dello Stato”.
A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge l’elemento temporale legato al calendario giudiziario e politico. La bomba che stava per essere completata giovedì sera avrebbe potuto trovare compimento nei giorni del voto referendario sulla giustizia, un appuntamento che da sempre catalizza l’attenzione dei movimenti antagonisti come simbolo del potere statale contro cui dichiarano guerra. Per le autorità, riunite in un vertice urgente al Viminale, la priorità resta quella di mappare le reazioni nel mondo anarchico e prevenire un’eventuale escalation, in un clima già infiammato dalle tensioni internazionali che spesso si riverberano violentemente nelle piazze italiane.




