Anarchici morti a Roma, la rivendicazione e la pista del Polo Tuscolano

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nel casolare del Sellaretto, un edificio dalle origini ottocentesche situato lungo la linea ferroviaria Roma-Frascati e da tempo ridotto a un rudere nel cuore del Parco degli Acquedotti, la deflagrazione è avvenuta nella notte tra giovedì e venerdì. A causare il crollo della struttura, sotto le cui macerie sono stati poi ritrovati i corpi di Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, è stato un ordigno rudimentale che i due, secondo la ricostruzione degli inquirenti, stavano assemblando. La specifica composizione dell’esplosivo, una miscela a base di fertilizzante (nitrato di ammonio) e un sistema di innesco, è stata subito classificata dagli esperti come altamente instabile, una circostanza che rende l’ordigno inadatto a lunghi spostamenti o a un trasporto su gomma senza il rischio di una detonazione anticipata. Proprio da questa caratteristica tecnica, unita al ritrovamento di frammenti metallici tra i reperti che suggeriscono una capacità offensiva superiore a quella di una semplice azione dimostrativa, gli investigatori stanno deducendo che l’obiettivo dell’attentato dovesse trovarsi nelle immediate vicinanze del parco.

L’ipotesi investigativa e il vertice al Viminale

La riunione del Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa), presieduta dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha consolidato il quadro investigativo che vede nel quadrante sud-est della Capitale il possibile teatro dell’azione che i due militanti stavano pianificando. In quest’area, raggiungibile a piedi dal casale crollato, insistono diversi obiettivi sensibili che rientrano nel tradizionale mirino della galassia anarchica insurrezionalista. Tra questi, spiccano il Polo Tuscolano della polizia, una caserma dell’Arma dei Carabinieri e importanti snodi della rete ferroviaria. La procura di Roma, con il pool antiterrorismo, sta inoltre valutando l’ipotesi che il bersaglio potesse essere collegato alla campagna di sostegno ad Alfredo Cospito, l’anarchico detenuto al 41bis la cui misura restrittiva è in scadenza a maggio, un tema che storicamente catalizza l’attenzione di questa area militante. Non si esclude, sebbene con un grado minore di attendibilità al momento, un collegamento con le strutture dei Cpr o con la cosiddetta “lotta anti-imperialista” legata ai conflitti internazionali.

La caccia ai fiancheggiatori e il messaggio dei compagni

Mentre la polizia scientifica continua ad analizzare i residui dell’esplosione per determinare con esattezza la tipologia di materiale utilizzato, la Digos ha esteso il perimetro delle indagini per individuare la rete di supporto logistica che potrebbe aver affiancato Mercogliano e Ardizzone. Nelle ore successive al ritrovamento dei corpi, sono state eseguite cinque perquisizioni in abitazioni riconducibili all’area anarchica, con il sequestro di telefoni, documenti e materiale informatico attualmente al vaglio degli inquirenti. L’attenzione è focalizzata sulla possibilità che i due non agissero in totale autonomia, ma fossero parte di una struttura più ampia capace di fornire il nitrato di ammonio e gli altri componenti necessari a confezionare un ordigno di tale potenza. In contemporanea con le operazioni investigative, sui muri della fermata Marconi della metropolitana di Roma sono comparse scritte con vernice nera e rosa che inneggiano alla vendetta, mentre sui canali web dell’area anarchica è stato diffuso un comunicato in cui Sara e Sandro vengono celebrati come caduti in battaglia. “Sono morti combattendo”, si legge nel testo, che definisce la loro scelta come un esempio di “inestricabile connubio tra pensiero e azione”, un’apologia della violenza che ha indotto le autorità a innalzare ulteriormente il livello di attenzione sul fronte della minaccia interna.

Il profilo dei due militanti e il salto di qualità

Il curriculum dei due deceduti era ben noto agli apparati di sicurezza. Alessandro Mercogliano, 53 anni, era stato condannato in primo grado nell’ambito dell’inchiesta “Scripta Manent” per la partecipazione alla Federazione Anarchica Informale (Fai), salvo poi essere assolto in appello nel novembre 2020; il suo nome era legato alle mobilitazioni antimilitariste e alle battaglie contro il carcere duro. Sara Ardizzone, residente in Umbria, era stata invece prosciolta nel procedimento “Sibilla” e aveva precedenti per reati aggravati dalla finalità di terrorismo, oltre a essere nota per aver letto in aula un’arringa in cui si dichiarava apertamente “nemica di questo Stato”. Per gli analisi dell’intelligence, il progetto che avevano in cantiere rappresenta un possibile “salto di qualità” rispetto alle azioni precedenti dell’area anarco-insurrezionalista, solitamente legate a danneggiamenti o a ordigni di minore potenza. L’uso di un composto chimico agricolo per realizzare un congegno esplosivo con effetti potenzialmente devastanti segna, nelle valutazioni degli investigatori, un’escalation nelle intenzioni operative che ora impone una ricognizione a tappeto sui contatti e sugli spostamenti dei due nelle settimane antecedenti l’esplosione.

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