Il procuratore Khan frena sull’accusa di genocidio: “Nessuna prova”

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
ESTERI Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Roma. La parola che per oltre due anni ha infiammato le piazze, alimentato mozioni parlamentari e indossato i panni del verdetto popolare prima ancora di qualsiasi sentenza, “genocidio”, vacilla sotto il peso di un’ammissione che arriva dall’organo giudiziario più volte invocato dai suoi sostenitori. Karim Khan, procuratore capo della Corte Penale Internazionale, in una lunga intervista rilasciata al giornalista britannico Mehdi Hasan (noto per le sue posizioni decisamente critiche verso Israele, un dettaglio che rende la sua piattaforma, Zeteo, un palco quanto meno anomalo per una simile ritrattazione), ha gettato acqua sul fuoco della narrativa dominante. Khan ha infatti dichiarato che non esiste, ad oggi, alcuna conclusione giuridica definitiva che possa sostenere l’accusa di genocidio contro lo Stato ebraico per le operazioni militari nella Striscia di Gaza. “Sarebbe sconsiderato e irresponsabile” procedere in tal senso, ha affermato, ribadendo che la legge non si muove in base al clamore mediatico o alla pressione politica, bensì esclusivamente sulla scorta delle prove raccolte.

L’intricata vicenda giudiziaria e il peso delle parole

Per comprendere la portata dello scivolone concettuale di chi ha già emesso la sentenza, è necessario analizzare la *ratio* dell’intervista. Khan, che da mesi si trova in una posizione delicatissima a causa di un’indagine delle Nazioni Unite per presunte molestie sessuali (indagine che lo ha portato a farsi temporaneamente da parte per un certo periodo), ha risposto a Hassan con una lezione di diritto internazionale. Il procuratore ha spiegato che il reato di genocidio richiede la prova del *dolus specialis*, ovvero l’intenzione specifica di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Le devastazioni della guerra, per quanto atroci, non bastano a integrare questo crisma giuridico. A nulla sono valse le insistenze dell’intervistatore, che gli chiedeva conferma se negli ultimi tre anni non ci fossero prove di una simile intenzione: Khan non ha smentito il “suffering” (la sofferenza) della popolazione civile, ma ha ancorato la Cpi al rigido standard probatorio che gli è proprio, eludendo così le accuse che molti, tra cui la relatrice Onu Francesca Albanese, hanno invece lanciato senza mezzi termini fin dai primi mesi del conflitto.

L’effetto domino sulla politica italiana e le strumentalizzazioni

Le conseguenze di questa presa di posizione si riverberano violentemente sul dibattito politico nostrano, dove quella stessa parola è stata utilizzata come un grimaldello per delegittimare l’alleato israeliano e, di riflesso, chi lo sostiene. Basti pensare ai rapporti della stessa Albanese, che dalle colonne dell’Onu aveva tacciato apertamente lo Stato ebraico di genocidio, o alle recenti uscite della deputata dem Laura Boldrini, che aveva parlato esplicitamente di “complicità nel genocidio” in riferimento agli accordi tra Unione Europea e Israele. Ora, quelle posizioni si trovano con le spalle al muro: se la stessa Corte penale internazionale, nella voce del suo procuratore capo, ammette che non ci sono ancora elementi per configurare il crimine dei crimini, viene meno l’intero castello accusatorio su cui si è retta per mesi la propaganda dei movimenti filopalestinesi. È una messa in discussione che parte da lontano, perché neppure la Corte internazionale di giustizia (Cig), nel gennaio 2024, si era spinta oltre il dire che alcuni diritti dei palestinesi fossero “plausibilmente” a rischio, uno standard cautelare minimo ben lontano da una condanna definitiva per genocidio.

Le ombre sul procuratore e la complessità delle indagini

Non si può ignorare, però, la figura controversa di chi parla. Karim Khan non è certo un agnello sacrificale dell’establishment israeliano, anzi. È stato lui, nel novembre del 2024, a spiccare i mandati di arresto contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della Difesa Gallant (insieme al defunto leader di Hamas Deif), accusandoli di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, in particolare per l’uso della fame come metodo di guerra. La stessa intervista a Hasan serve a Khan per tentare una faticosa quadratura del cerchio: da un lato, vuole fugare i sospetti di chi lo ritiene un检察长 succube delle pressioni (ricordando le minacce di Cameron e le sanzioni degli Usa), dall’altro cerca di rivendicare la legittimità di un’inchiesta che resta aperta. La differenza, cruciale, è che mentre per i crimini di guerra le prove sembrano più solide ai suoi occhi, per il genocidio il procuratore alza un muro. Un distinguo, questo, che rischia di far implodere le certezze di chi da anni agita quella definizione come un vessillo, ma che dimostra quanto la giustizia internazionale sia un campo minato dove la tecnica legale deve prevalere sull’emotività delle piazze.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.