Gaza, il procuratore Cpi ritira le accuse di genocidio: «Non ci sono prove concrete»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Ci sono voluti mesi di slogan, manifestazioni e rapporti ONU - che pure avevano contribuito a cristallizzare una narrazione ormai data per assodata - ma alla fine, a smontare il castello di accuse, ci ha pensato proprio il procuratore capo della Corte penale internazionale, Karim Khan. In un’intervista rilasciata al giornalista britannico Mehdi Hasan, figura nota per le sue dichiarate posizioni antisioniste, Khan ha infatti dichiarato che, per parlare di genocidio a Gaza, “ci vogliono prove concrete”, aggiustando così il tiro rispetto alla linea sostenuta nei mesi precedenti. Lo stesso tribunale dell’Aia, che solo due giorni dopo il massacro del 7 ottobre aveva sposato e quasi benedetto l’ipotesi accusatoria contro Israele, il suo governo e le sue forze armate, ora sembra fare un passo indietro, e non certo di routine.

Un silenzio assordante sui grandi giornali internazionali

Non una riga, però, sul Corriere della Sera, non una sul New York Times, per non parlare delle testate italiane minori: il dietrofront di Karim Khan è passato sotto silenzio, quasi fosse un dettaglio trascurabile. Eppure, il procuratore della Cpi - lo stesso che aveva chiesto mandati di cattura per Netanyahu e Gallant - ha messo in dubbio l’intera impalcatura giuridica su cui per tre anni si sono rette le accuse unilaterali di genocidio. «Non è stata ancora raggiunta alcuna conclusione per quanto riguarda la battaglia legale in corso», ha specificato Khan, rompendo un silenzio che durava da mesi e che aveva coinciso con la sua temporanea sospensione dall’incarico, dovuta a un’indagine interna delle Nazioni Unite per presunte molestie sessuali. Nessun nesso tra le due vicende, ma il tempismo dell’intervista resta quantomeno curioso.

Dalle piazze ai rapporti Onu: l’effetto domino del “grimaldello” genocidio

Nella guerra delle parole che ha accompagnato il conflitto a Gaza, una in particolare - «genocidio» - ha finito per funzionare come un grimaldello ideologico, usato per scardinare ogni obiezione e mettere all’angolo chi, come Liliana Segre, si è rifiutato di bollare Israele con quel marchio. Un effetto domino partito dai rapporti di Francesca Albanese per le Nazioni Unite, nei quali l’inviata speciale aveva apertamente accusato lo Stato ebraico del crimine più indicibile. E che si è poi riversato nelle piazze, nei comizi politici, perfino in episodi di violenza commessi in nome di Gaza. Ora, però, quella parola magica sembra perdere la sua forza: «A Gaza non c’è un genocidio», ha fatto sapere indirettamente Khan, e la sinistra mondiale - che ne aveva fatto un vessillo - si ritrova presa in contropiede.

La svolta processuale che nessuno vuole vedere

Per la prima volta dopo quasi un anno, insomma, il procuratore capo della Cpi ha scelto di non ripetere il mantra accusatorio, ma di richiamarsi al principio elementare del diritto penale: senza prove, non c’è reato. E le prove, almeno per ora, mancano. Non si tratta di una sentenza, né di un’assoluzione, ma di una crepa nel muro di accuse che aveva trasformato un conflitto complesso in un’accusa morale assoluta. Le piazze che hanno intitolato le loro proteste al «genocidio di Gaza» si trovano ora a fare i conti con le parole del principale accusatore istituzionale, lo stesso che aveva benedetto l’inchiesta. Khan non ha ritirato formalmente i capi d’accusa, intendiamoci, ma ridimensionandoli così pesantemente in un’intervista, di fatto ne ha anticipato l’esito. E i grandi media, proprio loro che avevano amplificato ogni denuncia unilaterale, stavolta tacciono.

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