Karim Khan rimosso dalla Cpi, l'Assemblea degli Stati Parte accoglie le accuse di cattiva condotta sessuale
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Redazione Esteri
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La decisione, attesa dopo mesi di tensioni e di un procedimento disciplinare che aveva messo in discussione l'intero ufficio della procura, è arrivata al termine di una sessione speciale dell'Assemblea degli Stati Parte, convocata per discutere proprio i gravi illeciti contestati al magistrato britannico.
La votazione a scrutinio segreto, tenutasi il 24 luglio presso la sede delle Nazioni Unite a New York, ha espresso un verdetto senza appello: 82 voti favorevoli alla rimozione, contro i 63 necessari per raggiungere il quorum richiesto, hanno sancito la fine del mandato di Karim Khan, che era stato nominato alla guida dell'ufficio del procuratore della Corte penale internazionale nel 2021.
Le accuse di cattiva condotta e il procedimento disciplinare
La vicenda che ha portato alla destituzione affonda le radici in accuse di molestie sessuali mosse da una collaboratrice dello stesso ufficio del procuratore; accuse che, per quasi due anni, hanno aleggiato sulla gestione di Khan e che hanno costretto l'organo di controllo della Cpi ad aprire un'indagine interna per stabilire la fondatezza di quanto riportato.
L'Assemblea, al termine dell'istruttoria, ha ritenuto provata la responsabilità del procuratore per "grave colpa" e "grave mancanza ai doveri del suo incarico", configurando così un quadro di violazioni sufficientemente grave da giustificare la misura straordinaria della rimozione, nonostante le strenue proteste di innocenza dello stesso Khan, che ha sempre respinto le accuse.
La sessione straordinaria e a porte chiuse si è quindi conclusa con la vittoria della linea dura, aprendo uno scenario inedito per la Corte, che si trova ora a dover gestire le ricadute di una destituzione che ha dell'incredibile per tempismo e modalità.
Le ripercussioni politiche: il caso Netanyahu
Come era prevedibile, la notizia della rimozione di Khan ha avuto un effetto immediato sul fronte politico, con le autorità israeliane che hanno immediatamente chiesto la revoca dei mandati di arresto emessi nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu e dell'ex ministro della Difesa Yoav Gallant.
La richiesta, che si basa sull'assunto che un procuratore rimosso per gravi illeciti non possa avere un ruolo nell'emissione di atti giudiziari così delicati, si scontra tuttavia con la realtà procedurale della Corte penale internazionale: la decisione di emettere o revocare un mandato, infatti, spetta esclusivamente ai giudici della Camera preliminare, e non al procuratore, il che rende la strada per l'annullamento degli stessi estremamente complessa e in salita, come confermano gli analisti del diritto internazionale.
La mossa di Israele, pertanto, appare più come un tentativo di sfruttare politicamente la débâcle di Khan che come una concreta possibilità giuridica di chiudere il caso, lasciando gli inquirenti della Cpi a dover valutare l'impatto della destituzione su un'indagine già di per sé carica di tensioni geopolitiche.
Un attacco al diritto internazionale?
La vicenda, che ha visto gli Stati Uniti (che non fanno parte della Corte) osservare con attenzione gli sviluppi, si inserisce in un contesto più ampio di progressiva delegittimazione del diritto internazionale, come sottolineato da più parti. La destituzione di Khan, per quanto basata su motivazioni disciplinari interne, rischia di essere letta come un ulteriore colpo inferto all'architettura giuridica sovranazionale, in un momento storico in cui le istituzioni internazionali sono già messe a dura prova da conflitti e crisi globali.
La domanda che molti si pongono, alla luce di questa e di altre vicende recenti, è se la Cpi riuscirà a mantenere la propria autorevolezza e indipendenza nonostante il terremoto che ha colpito il suo ufficio di punta, o se questa vicenda segnerà un punto di non ritorno nel processo di erosione del diritto internazionale già in atto da anni.
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