Cpi, l’Assemblea rimuove Karim Khan: 82 voti per la destituzione del procuratore generale

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’Assemblea degli Stati membri della Corte penale internazionale ha votato la rimozione del procuratore generale Karim Khan, sollevandolo dall’incarico con effetto immediato al termine di una riunione straordinaria che si è tenuta a porte chiuse presso la sede delle Nazioni Unite a New York. La decisione, arrivata al culmine di una settimana di tensioni diplomatiche e pressioni incrociate, è stata adottata con un margine ben più ampio della maggioranza richiesta, segnando un passaggio senza precedenti nella storia del tribunale dell’Aia.

L’Assemblea, che riunisce i 125 paesi firmatari dello Statuto di Roma, ha agito in base alle disposizioni che consentono la rimozione del procuratore per "colpa grave" e "grave mancanza ai doveri del suo incarico", motivazioni che hanno trovato un consenso trasversale tra i delegati presenti.

La votazione a scrutinio segreto e i numeri della destituzione

Nel corso della seduta, che fonti diplomatiche hanno descritto come particolarmente tesa e riservata, i rappresentanti degli Stati parte sono stati chiamati a esprimersi sul futuro del procuratore britannico, e il risultato dello scrutinio segreto ha superato ampiamente la soglia richiesta per la destituzione. Sono stati infatti 82 i voti favorevoli alla rimozione su un totale di 125 membri, mentre il quorum necessario per l’approvazione della misura era fissato a 63 voti, la maggioranza assoluta dei due terzi richiesta dalle procedure interne della CPI.

Un numero, quello dei consensi, che ha sorpreso anche gli osservatori più attenti, considerando la complessità delle dinamiche geopolitiche che spesso caratterizzano le riunioni dell’Assemblea, e che ha di fatto sancito l'isolamento del procuratore, il quale peraltro aveva cercato nei giorni scorsi di raccogliere sostegni tra i delegati per scongiurare l'esito più drastico.

L’Assemblea ha ufficializzato il provvedimento al termine della votazione, comunicando che i capi d’accusa, relativi a presunte aggressioni sessuali e comportamenti inappropriati nei confronti di un membro del suo staff, costituiscono un vulnus tale da compromettere irreparabilmente il rapporto di fiducia con l’organo giudicante e con l’intera istituzione.

Le accuse e la posizione di Karim Khan

Le contestazioni mosse nei confronti di Karim Khan, che fino a oggi ha sempre respinto con fermezza ogni addebito definendolo infondato, riguardano episodi di aggressione sessuale e molestie che sarebbero stati commessi ai danni di una collaboratrice all'interno dell’ufficio del procuratore, episodi che avrebbero spinto diversi stati membri a chiedere un intervento immediato per tutelare la credibilità della Corte, già provata da anni di critiche e tensioni con i paesi africani e con altre potenze mondiali.

Il procuratore, in una dichiarazione rilasciata subito dopo la diffusione dei primi risultati, ha annunciato l’intenzione di impugnare la decisione attraverso tutti gli strumenti legali messi a disposizione dallo Statuto di Roma e dai regolamenti interni della CPI, sostenendo che la procedura di rimozione sarebbe viziata da irregolarità procedurali e che le accuse sarebbero state strumentalizzate per indebolire il suo operato in indagini delicate, alcune delle quali riguardano vertici di governo e capi di Stato stranieri.

La sua linea difensiva, incentrata sulla contestazione della regolarità formale del voto di New York, dovrà ora fare i conti con un documento approvato dall’Assemblea che motiva il provvedimento richiamando esplicitamente la "grave mancanza ai doveri" e la necessità di preservare l'onore e l'indipendenza della magistratura internazionale, anche a costo di un gesto così drastico come la rimozione di un procuratore generale in carica.

Reazioni e implicazioni per la Corte penale internazionale

La notizia della destituzione ha fatto rapidamente il giro delle cancellerie e degli ambienti giuridici internazionali, dove il caso di Karim Khan era già da mesi al centro di un acceso dibattito che contrapponeva da un lato i sostenitori della presunzione di innocenza e della necessità di attendere gli esiti di un’eventuale inchiesta interna e dall’altro i fautori di una linea dura per tutelare l'immagine di un’istituzione che si regge sull’integrità morale dei suoi vertici, e che proprio nei mesi scorsi aveva subito un duro colpo a causa di fughe di notizie e polemiche su presunti

Favoritismi negli uffici dell’Aia. L’esito del voto, che ha visto partecipare attivamente anche paesi tradizionalmente meno inclini a sostenere le posizioni dell’Europa occidentale, dimostra come la maggioranza degli Stati parte abbia ritenuto prioritaria l’esigenza di agire con rapidità e decisione, di fatto accantonando le cautele che in passato avevano contraddistinto l’approccio dell’Assemblea in casi simili.

Fonti diplomatiche hanno riferito che la riunione di New York, caratterizzata da interventi duri e da un clima di forte riservatezza, ha evidenziato la volontà di non lasciare ombre sul ruolo della CPI nel panorama internazionale, e la rapidità con cui si è giunti alla votazione lascia intendere che le accuse avessero ormai assunto un peso politico e giudiziario difficilmente ignorabile, tanto da rendere la permanenza di Khan alla guida della procura incompatibile con il mandato di garanzia e imparzialità che lo Statuto di Roma richiede.

La decisione, che segna un precedente nella storia della Corte fondata nel 2002, apre ora uno scenario di incertezza sul futuro dell'ufficio del procuratore, con la necessità di individuare una figura di transizione che possa gestire le indagini in corso, alcune delle quali riguardano conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, senza che l'istituzione subisca ulteriori scossoni.

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