Il testamento di Giorgio Armani e il fisco: perché lo Stato incasserà solo briciole
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La scomparsa di Giorgio Armani, avvenuta all’età di 91 anni, ha inevitabilmente sollevato questioni cruciali riguardanti la gestione del suo vasto patrimonio, stimato tra i 10 e i 13 miliardi di euro. Nonostante l’entità della cifra, l’erario italiano, come emerso dalle prime indiscrezioni, potrebbe ricevere poco più di 900 milioni di euro, una frazione che appare quasi simbolica se rapportata alla massa complessiva dell’asse ereditario. Questo divario, che a molti potrebbe sembrare sorprendente, è in realtà il risultato di una pianificazione meticolosa e di lunga data, orchestrata con la precisione che ha sempre distinto lo stilista.
Il “Re della moda”, infatti, ha redatto due documenti testamentari segreti e minuziosi, attraverso i quali non ha soltanto suddiviso somme, proprietà e le quote della maison, ma ha anche dettato le linee guida per il futuro del suo impero e i principi etici che dovranno governarlo. La sua lungimiranza, unita a una profonda conoscenza degli strumenti giuridici e finanziari, ha permesso di strutturare un passaggio generazionale che bilancia gli obblighi verso gli eredi con un’attenta ottimizzazione fiscale, la quale, sebbene legittima, riduce sensibilmente la quota destinata al fisco.
Tra gli aspetti più rilevanti del testamento spicca la scelta, per molti inaspettata, di includere tra i beneficiari Michele Morselli, amministratore delegato di Immobiliare srl, la società che gestisce il cospicuo patrimonio immobiliare dello stilista. A lui, così come allo storico compagno e braccio destro Leo Dell’Orco – cui sono state destinate partecipazioni in EssilorLuxottica del valore di quasi un miliardo – sono stati assegnati incarichi e beni specifici, dimostrando una volontà di premiare non solo i legami affettivi ma anche quelli professionali più consolidati.




