Debito e pressione fiscale, l'Istat rivede la fotografia dei conti pubblici

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Le cifre diffuse ieri dall’Istat, che hanno aggiornato il quadro dei conti economici nazionali, restituiscono una realtà dei conti pubblici italiana ben diversa da quella che per mesi è stata al centro di un acceso dibattito. Se da un lato, infatti, le previsioni catastrofiste su un "effetto Vajont" per le finanze dello Stato, legato principalmente al superbonus edilizio, si sono rivelate eccessive, dall’altro i dati accendono i riflettori su un’altra questione cruciale: la pressione fiscale, che continua a salire. Il rapporto tra debito pubblico e Pil, infatti, si attesta su livelli precedenti alla pandemia, smentendo quelle narrazioni che paventavano una voragine incontrollabile, mentre l’indicatore della pressione fiscale ha toccato il 42,5 per cento.

Quest’ultimo dato, in particolare, segna un aumento di oltre un punto percentuale rispetto al 41,2 per cento registrato nel 2023, un incremento dovuto a una crescita delle entrate fiscali e contributive – che hanno segnato un +5,8% – superiore a quella del Pil espresso a prezzi correnti, fermo al +2,7%. Una dinamica, questa, che riporta con urgenza all’attenzione il fenomeno del fiscal drag, ovvero il prelievo fiscale aggiuntivo generato dall’inflazione che spinge i redditi nominali in scaglioni Irpef più alti senza un reale miglioramento del potere d’acquisto dei contribuenti. Un meccanismo sul quale l’Ufficio Parlamentare di Bilancio aveva già richiamato l’attenzione lo scorso giugno.

Alla luce di questi numeri, che pongono la pressione fiscale ai livelli del biennio 2020-2021, appare evidente come la discussione per la prossima manovra economica non possa limitarsi a un semplice taglio delle aliquote Irpef. Sebbene questa sia una misura attesa e discussa, essa da sola non sarebbe sufficiente a contrastare efficacemente l’erosione del reddito causata dal drenaggio fiscale. È necessario, piuttosto, un intervento più strutturale che riveda le soglie degli scaglioni, aggiornandole in maniera permanente per adeguarle all’inflazione accumulata, in modo da scongiurare che il fisco continui a beneficiare di un aumento solo nominale dei redditi.

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