Roma, la ‘banca’ occulta della ‘ndrangheta con tassi al 300% e venticinque imprenditori nella morsa dell’usura

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non un semplice prestito tra privati, ma una vera e propria ‘banca’ parallela – alimentata dalla liquidità illecita dei clan calabresi – è stata smantellata dagli investigatori della Guardia di Finanza nel cuore di Roma. L’operazione, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia del capoluogo laziale, ha portato all’arresto di due imprenditori di origine calabrese, ritenuti gli amministratori di fatto di un sistema creditizio parallelo fondato sull’usura e sulla minaccia esplicita o implicita, quella cioè che arriva dritta dal codice di comportamento delle cosche. A finire nel mirino – si legge nella ordinanza del Tribunale romano – non sarebbero stati vittime occasionali, bensì un novero preciso di venticinque imprenditori e professionisti, già in difficoltà finanziaria, i quali avevano visto nel credito facile una possibile ancora di salvezza. Una ancora che, nella sostanza, si trasformava in un cappio: i tassi di interesse applicati ai prestiti, stando alla ricostruzione degli inquirenti, sfioravano in alcuni casi il 300% annuo, una soglia che supera di gran lunga non solo i limiti del tasso soglia previsti dalla legge sull’usura, ma anche ogni logica di mercato, seppur sommerso.

Un sistema di terrore economico e minacce da codice mafioso

Ciò che differenzia questa inchiesta da un classico giro di strozzinaggio – ed è per questo che l’accusa ha aggravato le posizioni con il metodo mafioso – è l’apparato intimidatorio che faceva da spalla alla concessione del denaro. I due arrestati, che gli investigatori collocano nell’orbita della cosiddetta “Confederazione cosentina” (una delle articolazioni della ‘ndrangheta nella Capitale), non si limitavano a richiedere la restituzione del capitale con gli interessi. Ricorrevano – quando un debitore mostrava il minimo segno di inadempienza – a minacce esplicite, ricalcate sul linguaggio e sulla prassi delle organizzazioni mafiose calabresi. Nessun dettaglio cruento trapela dagli atti, ma le fonti giudiziarie descrivono un clima di pressione costante: telefonate intimidatorie, visite nei luoghi di lavoro, messaggi che lasciavano intendere la disponibilità di una “riserva di violenza” pronta a essere impiegata. Un meccanismo, questo, che trasforma ogni rapporto debito-credito in una relazione di sudditanza, e che ha permesso ai due indagati di gestire un giro d’affari complessivo di circa tre milioni di euro, come quantificato dai sequestri disposti dall’autorità giudiziaria.

L’infiltrazione nel tessuto romano: prestiti facili e vittime fragili

L’indagine, condotta dai militari del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza, ha preso le mosse da alcune segnalazioni anonime e dal monitoraggio di flussi finanziari anomali; ne è emerso un quadro in cui l’usura non era un’attività marginale, bensì il perno di un’infiltrazione sistematica nel tessuto imprenditoriale romano. Le vittime – quei venticinque professionisti e commercianti – venivano selezionate proprio in base alla loro fragilità: aziende con esposizioni bancarie, artigiani in crisi di liquidità, ristoratori con l’affitto alle spalle. A costoro veniva proposto un prestito senza garanzie formali e senza le trafile burocratiche, una manna apparente. Poi, una volta firmata la cambiale in bianco o consegnato l’assegno di garanzia, scattava la leva: il tasso saliva vertiginosamente, e la minaccia faceva il resto. La procura parla di “concessione di denaro a tassi usurari aggravata dal metodo mafioso”, una fattispecie che inasprisce le pene e che testimonia quanto la ‘ndrangheta – ormai da tempo – abbia scelto Roma non solo come luogo di reinvestimento dei propri capitali, ma anche come piazza operativa per il credito illegale.

Sequestri e misure cautelari: il patrimonio sotto chiave

Oltre alla custodia cautelare per i due indagati, il provvedimento del Tribunale di Roma ha disposto il sequestro preventivo di beni per un valore complessivo di circa tre milioni di euro, cifra che corrisponde – secondo le stime degli inquirenti – al profitto illecito accumulato attraverso il sistema di prestiti usurari. Tra i beni finiti sotto chiave figurano conti correnti, due abitazioni e alcuni veicoli di lusso, tutti riconducibili, a vario titolo, ai due imprenditori calabresi. Un aspetto, questo, che conferma una linea investigativa ormai consolidata: colpire il patrimonio per disarticolare le reti criminali. La Guardia di Finanza, attraverso il proprio Gico (Gruppo investigativo criminalità organizzata), ha incrociato i flussi di denaro con le dichiarazioni delle vittime, molte delle quali – va detto – hanno trovato il coraggio di collaborare solo dopo l’avvio delle indagini, protette dall’anonimato e dalle tutele previste per i soggetti esposti a ritorsioni. L’intera operazione restituisce, insomma, l’immagine di una capitale sotto scacco non da killer professionisti, bensì da “banchieri” con la parlata sgrammaticata della ‘ndrangheta, capaci di strozzare un’impresa con un foglio firmato e una promessa di guai.

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