La caduta dei pigmei e il terremoto politico che ridisegna gli equilibri di palazzo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Senza scomodare gli “dei” del capolavoro cinematografico di Luchino Visconti, possiamo dire che nella destra italiana è iniziata quella che, con una certa icasticità, qualcuno ha definito “la caduta dei pigmei”. A dispetto delle anime belle che nei palazzi romani, nei talk cortigiani e nei giornali ruffiani concionavano su un quesito “tecnico” privo di rilevanza politica, il responso delle urne ha invece restituito un verdetto chiarissimo, che per Giorgia Meloni rappresenta il primo vero scacco matto dal suo insediamento a Palazzo Chigi. Il referendum sulla giustizia, che con un'affluenza insolitamente alta per una consultazione di questo tipo ha sfiorato il 59 per cento, si è risolto con una forbice netta: il 54 per cento dei votanti ha scelto il "No", demolendo una riforma che il centrodestra inseguiva da trent’anni, da quando cioè Silvio Berlusconi aveva iniziato la sua battaglia storica contro quella che definiva la "magistratura politicizzata". L’esito, quindi, non è solo un fatto numerico, ma una cesura simbolica che scardina l’immagine di invincibilità costruita dalla premier in questi anni di legislatura caratterizzata da una stabilità inedita per gli standard italiani.

Lo spartiacque del voto e il peso di un'identità ferita

Il risultato, che ha visto i consensi per il "Sì" concentrarsi quasi esclusivamente nel Nord-Est – con il Veneto, la Lombardia e il Friuli Venezia Giulia a fare da eccezione in un panorama nazionale nettamente contrario – ha assunto immediatamente i contorni di uno spartiacque politico. Per la premier, che aveva scelto di personalizzare la sfida scendendo in campo in prima persona pur evitando di legare la propria fiducia al verdetto popolare, la batosta è una ferita nell’identità stessa del partito di maggioranza relativa. I dati raccontano di un Paese spaccato, dove il crollo del consenso nelle grandi città e tra i giovani under 40 (che hanno votato “No” con percentuali schiaccianti) ha restituito l’immagine di un’elettorato che forse ha voluto mandare un segnale di freno a quella che molti – a sinistra come a destra – considerano una deriva troppo marcatamente ideologica. La circostanza che oltre il 67 per cento dei giovanissimi si sia recato alle urne per bocciare la riforma, un dato di partecipazione raro in occidente, suggerisce un malessere generazionale che va al di là della tecnicalità del quesito, relativo alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e alla riforma del Consiglio superiore della magistratura.

Le crepe nella maggioranza e il fuoco amico dell’opposizione

Dopo il terremoto referendario, però, le scosse di assestamento più pericolose per Giorgia Meloni non arrivano soltanto dal centrosinistra, che pure ha trovato in Elly Schlein e Giuseppe Conte due direttori d’orchestra pronti a parlare di “sfratto” per l’esecutivo. Il vero rischio, per la presidente del Consiglio, risiede nella verifica della solidità interna alla maggioranza. Perché se è vero che il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, è stato indicato da più parti come il miglior testimonial involontario del fronte del "No" – con le sue uscite sul sorteggio dei magistrati e le citazioni che hanno alimentato la campagna contro la riforma – è altrettanto vero che i rapporti interni alla coalizione mostrano fragilità emerse con prepotenza all’indomani dello spoglio. L’opposizione, che parla apertamente di dimissioni del presidente del Consiglio, cavalca l’onda di una sconfitta che assume i tratti di un giudizio politico indiretto. In questo contesto, la richiesta di dimissioni avanzata dai partiti di sinistra, sebbene prevedibile, trasforma il referendum in un plebiscito di fatto contro l’operato di Palazzo Chigi, costringendo la premier a gestire una fase politica in cui l’agenda economica e le riforme strutturali rischiano di passare in secondo piano rispetto alla necessità di ricucire le lacerazioni interne.

La reazione del centrodestra tra ripiegamento territoriale e autonomia differenziata

Mentre a Roma si discute del futuro politico del governo, nelle regioni del Nord che hanno votato in controtendenza – quelle a “vocazione speciale”, come le ha definite il presidente del Veneto Alberto Stefani – la reazione è stata diametralmente opposta. Qui, dove il "Sì" ha stravinto, i vertici della Lega e di Fratelli d’Italia hanno subito ricercato un rifugio identitario nella rivendicazione autonomista. Stefani, vice di Matteo Salvini, ha sottolineato come queste regioni condividano una storia e caratteristiche comuni, e che il risultato referendario altro non è che la conferma di un sentire territoriale che rifiuta le logiche omologanti del centralismo statale. È in quest’ottica che va letto il rilancio della questione settentrionale, non più solo come retorica politica ma come concretizzazione dell’autonomia differenziata, con l’obiettivo dichiarato di generare risorse attraverso intese che prescindono dalle soluzioni calate dall’alto. Questo fronte, però, rischia di accentuare il divario con il resto del Paese, esponendo la maggioranza al rischio di apparire divisa tra un Nord che tira dritto per la sua strada e un Sud e un Centro che hanno invece punito duramente la proposta governativa.

Il dopo-voto e il dilemma delle alleanze

All’indomani della sconfitta, la premier si trova quindi a dover gestire un’equazione complessa. Da un lato, c’è la necessità di riassorbire il malcontento che ha attraversato le file della sua stessa maggioranza, dove alcuni esponenti di peso hanno mantenuto un profilo basso o hanno addirittura contribuito, involontariamente, a indebolire la campagna per il "Sì". Dall’altro, c’è la consapevolezza che il risultato referendario ha consegnato all’opposizione un’arma pesante in vista delle prossime scadenze elettorali. Il centrosinistra, che pure mostra le sue divisioni interne, ha comunque dimostrato di saper mobilitare un fronte ampio capace di unire anime diverse (dal Partito Democratico al Movimento 5 Stelle) sotto la bandiera della difesa della Costituzione. Per Giorgia Meloni, dunque, la sfida non è solo dimostrare che la batosta non mette in discussione la sua leadership, ma anche trovare un nuovo baricentro politico che le consenta di ripartire. L’unica via per tentare di riprendersi dalla batosta, come ha ricordato qualcuno nei corridoi del centrodestra, è quella di abbandonare le battaglie identitarie per dare risposte economiche concrete agli italiani, abbandonando quel teatro ipnotico costruito in questi anni per concentrarsi sulla gestione ordinaria e sulla tenuta sociale.

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