La débâcle di Manchester: i Verdi espugnano il fortino laburista, Reform sorpassa Starmer
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Redazione Esteri
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Sembrava una formalità, una di quelle procedure amministrative destinate a scorrere via senza scossoni, e invece l’elezione suppletiva nel collegio di Gorton e Denton, nella cintura sud-occidentale di Manchester, si è trasformata in un terremoto politico con epicentro nel numero 10 di Downing Street. Per comprendere la portata dello shock, occorre partire da un dato: in quell’area, storicamente un feudo operaio e roccaforte laburista per quasi un secolo, il partito del primo ministro Keir Starmer non solo ha perso, ma è stato precipitato al terzo posto, superato sia dalla trionfatrice serata, la candidata dei Verdi Hannah Spencer, sia dalla formazione di destra radicale Reform UK guidata da Nigel Farage. Una sconfitta che non ha precedenti nella storia recente, e che getta una luce sinistra sullo stato di salute di un esecutivo in carica da meno di due anni.
La genesi del voto affonda le radici nelle dimissioni per motivi di salute del deputato uscente Andrew Gwynne, una figura che, nonostante alcune controversie legate a messaggi offensivi in chat per cui era stato temporaneamente sospeso dal partito, sembrava garantire una certa stabilità in un seggio considerato blindato. E invece, lo scenario che si è materializzato nella notte di scrutinio ha dell’incredibile per chi è abituato alla tradizionale geometria bipolare britannica. Hannah Spencer, idraulica e consigliera locale di trentaquattro anni, ha raccolto 14.980 voti, pari a quasi il 41 per cento delle preferenze, infliggendo un distacco di oltre quattromila voti al secondo classificato, Matt Goodwin di Reform UK, fermo al 28,7 per cento. La candidata laburista Angeliki Stogia, nonostante la macchina del partito si fosse messa in moto con ingenti risorse e l’intervento diretto dello stesso Starmer in campagna elettorale, ha dovuto accontentarsi del 25,4 per cento, meno della metà del consenso ottenuto appena due anni fa, quando alle politiche del 2024 il Labour aveva superato la soglia del cinquanta per cento. Una emorragia di consensi che ha pochi eguali, e che i commentatori politici non hanno esitato a definire una vera e propria "valle della morte" elettorale.
Ma cosa si cela dietro questo tracollo? Il collegio di Gorton e Denton è, per usare la definizione di esperti come Rob Ford, una sintesi delle due anime in crisi del laburismo contemporaneo: da un lato, quartieri operai tradizionalmente "red wall" ora sensibili al richiamo identitario e sovranista di Farage; dall'altro, aree con un'alta concentrazione di studenti e una significativa componente di elettori musulmani, pari a circa il quaranta per cento della popolazione in alcune zone, che hanno punito la linea giudicata troppo morbida del governo sulla questione palestinese e la gestione del conflitto a Gaza, riversando le proprie preferenze sui Verdi. Il Green Party, sotto la guida di Zack Polanski, ha saputo abilmente intercettare questo malcontento, ampliando la propria agenda oltre i tradizionali temi ambientalisti per farsi portavoce delle istanze sociali e del dissenso verso le politiche centriste di Starmer.
A rendere ancora più amaro il calice per il primo ministro, si aggiungono le polemiche interne per la scelta del candidato. La decisione della commissione esecutiva nazionale del partito, avallata dallo stesso Starmer, di bloccare la corsa del popolarissimo sindaco della Grande Manchester, Andy Burnham – figura di spicco e potenziale rivale – è stata vissuta da molti parlamentari come un autogol clamoroso. La deputata laburista Lucy Powell, presente al conteggio, ha ammesso che i Verdi sono stati semplicemente più efficaci nel mobilitare il proprio elettorato, e se da un lato ha evitato di gettare benzina sul fuoco attribuendo la sconfitta alla mancata candidatura di Burnham, dall'altro ha lasciato intendere che quella sarà una discussione che il partito dovrà affrontare prima o poi. Nel frattempo, le voci critiche si moltiplicano: esponenti della sinistra interna come Richard Burgon parlano di una leadership che antepone gli interessi di fazione alla capacità di vincere, mentre i sindacati, storici alleati, tuonano contro una deriva che ha lasciato un vuoto politico prontamente riempito dagli ambientalisti.
L'incubo del terzo posto e la frammentazione del voto
Il risultato di Gorton e Denton, al di là della sconfitta in sé, assume i contorni di un incubo per Downing Street proprio per la sua natura composita. Non si tratta solo di una batosta in un collegio amico, ma della dimostrazione plastica che la coalizione di consensi costruita da Starmer nel 2024 si sta sgretolando simultaneamente su due fronti contrapposti. A destra, Reform UK continua a erodere il bacino elettorale popolare e nazionalista, mentre a sinistra i Verdi diventano il punto di aggregazione per i progressisti delusi, per i giovani e per le minoranze etniche che non si sentono più rappresentate da un esecutivo percepito come sordo ai temi della giustizia sociale e dei diritti civili. Lo stesso tentativo del premier di presentare la competizione come un testa a testa tra il suo partito e la destra di Farage, utile a catalizzare il voto utile, è miseramente fallito: l'elettorato ha preferito la scelta autenticamente alternativa dei Verdi, rifiutando la logica del "meno peggio".
A completare il quadro di una frammentazione politica inedita per il Regno Unito, ci sono le ombre che aleggiano sulla regolarità del voto. Durante lo spoglio, l'organizzazione di osservatori Democracy Volunteers ha sollevato preoccupazioni riguardo a presunti episodi di "family voting", quella pratica illecita in cui un componente della famiglia influenza o determina il voto di un altro all'interno della cabina elettorale. Sebbene il consiglio comunale di Manchester abbia smentito segnalazioni in tal senso durante l'orario di voto, l'accusa ha gettato un ulteriore alone di incertezza e polemica sull'intera consultazione, con il leader di Reform UK Nigel Farage che ha parlato senza mezzi termini di "vittoria del voto settario e degli imbrogli". Una dichiarazione grave, che ha costretto persino il suo stesso partito a fare parziali marce indietro per non minare ulteriormente la credibilità del processo democratico, ma che testimonia la tensione e la posta in gioco in questa tornata.
Un segnale che attraversa la Manica
Le ripercussioni di questa disfatta, seppur radicate nella specificità del sistema maggioritario britannico e nei suoi equilibri interni, portano con sé echi e interrogativi che risuonano ben oltre i confini del Regno Unito. L'ascesa dei Verdi a scapito di un partito socialdemocratico percepito come troppo moderato e l'avanzata parallela della destra sovranista configurano uno scenario di polarizzazione e di crisi dei partiti tradizionali che interroga anche la politica italiana ed europea. Il "caso Gorton" dimostra come l'elettorato, di fronte a una offerta politica che si comprime al centro inseguendo un'elettorato moderato sempre più volatile, possa scegliere di premiare le ali, sia pure con proposte radicali e talvolta minoritarie.
Il crollo verticale dei conservatori, relegati a un misero 1,9 per cento e alla perdita del deposito, è la ciliegina su una torta avvelenata per il cosiddetto establishment. Per il Labour, la sconfitta è un campanello d'allarme assordante a pochi mesi dalle cruciali elezioni amministrative di maggio in Scozia, Galles e in molti consigli inglesi. La pressione su Starmer, che pure ha dichiarato di voler "continuare a lottare", è destinata a crescere, alimentata da chi, nel partito, inizia a chiedere un cambio al vertice o quantomeno una sterzata decisa a sinistra per riconquistare il cuore del proprio elettorato storico. Il problema, per il primo ministro, è che ogni mossa per riallineare i pezzi di questa complessa scacchiera rischia di allontanare un'altra fetta di quell'elettorato eterogeneo che lo aveva portato alla vittoria. E mentre Hannah Spencer si prepara a prendere posto in Parlamento scusandosi con i clienti per gli appuntamenti di idraulica cancellati, a Westminster si moltiplicano le riunioni per tentare di arginare quella che sempre più assomiglia a una ritirata strategica.




