Spalletti striglia la Juve: «Secondo tempo da dimenticare, abbiamo rischiato troppo»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Luciano Spalletti, nonostante la vittoria per 2-0 sul Genoa, non ha nascosto una certa insofferenza per quanto visto dai suoi uomini nella ripresa. Il tecnico della Juventus, raggiunto dai microfoni di Sky Sport al termine del match, ha voluto sottolineare con chiarezza il divario – a suo avviso inaccettabile – tra la prestazione del primo tempo e quella, assai meno brillante, della seconda frazione di gioco. «Non è possibile», ha dichiarato con tono secco, «fare un buon primo tempo e poi assistere a una ripresa così».

La sua analisi, come spesso accade quando un allenatore punta il dito contro l’atteggiamento più che contro la tecnica, si è concentrata su un aspetto preciso: la mancanza di continuità. Perché la Juve vista nei primi quarantacinque minuti aveva messo in campo «dominio assoluto del gioco» e «facilità nella ricerca della conclusione»; una superiorità che, sulla carta, avrebbe dovuto trasformare la partita in una routine quasi noiosa per un club con le ambizioni e la tradizione della Vecchia Signora. E invece, ecco il crollo psicologico e fisico (non fisico, tiene a precisare Spalletti) nella ripresa. «Assolutamente non è stanchezza», ha ribadito il tecnico, «ieri e ieri l’altro non ci siamo allenati, li ho lasciati stare perché c’era da recuperare». Due giorni di riposo, un allenamento e mezzo, poi si sono portati in campo a camminare – questa l’accusa implicita che brucia più di una sconfitta.

L’occasione sprecata del rigore e il rischio concreto

A rendere ancora più amaro il rammarico di Spalletti è stata la circostanza, peraltro evitabile, del rigore concesso al Genoa nella ripresa. Aarón Martín, dal dischetto, ha fallito la battuta che avrebbe potuto riaprire la partita; un episodio che, se trasformato, avrebbe cambiato radicalmente l’inerzia di un match già in bilico. Il tecnico bianconero non si è soffermato sull’errore avversario, ma sull’aver permesso ai rossoblu di giocarsela fino a quel punto. «Abbiamo rischiato», ha ammesso, e in questa ammissione c’è tutta la frustrazione di chi, dopo sette mesi sulla panchina juventina, ammette candidamente: «Non ho ancora capito con cosa ho a che fare».

I nodi da sciogliere: tenuta e attacco

La vittoria contro il Genoa, per quanto preziosa in chiave classifica – la Juve si è avvicinata al Como nella corsa al quarto posto – ha messo in luce due criticità ricorrenti. Da un lato la tenuta complessiva della squadra, incapace di gestire un vantaggio senza calare d’intensità; dall’altro la necessità di inventarsi qualcosa in attacco, laddove la preoccupazione per le condizioni di Vlahovic (citato espressamente da Spalletti come motivo di ansia) aggiunge un tassello di incertezza. «Dovrebbe essere la normalità per la Juventus», ha ripetuto quasi come un mantra, quasi a voler esorcizzare un’abitudine alla fragilità che non gli appartiene.

Il traguardo delle trecento vittorie e il senso di inadeguatezza

Spalletti ha iniziato il suo intervento ricordando, quasi di sfuggita, il traguardo personale delle trecento vittorie nel massimo campionato. Un numero ragguardevole, che però non gli ha scaldato il cuore più di tanto. Perché il vero problema, quello che traspare da ogni sua parola, è la difficoltà a riconoscersi in una squadra che alterna lampi di grande qualità a momenti di inspiegabile passività. La vittoria contro il Genoa si è così trasformata in qualcosa di «insolito e quasi eccezionale», ma solo se paragonata agli inciampi precedenti. Una normalità, invece, che dovrebbe essere scontata per un club come la Juventus, e che per l’ennesima volta è mancata. Così, tra un rimprovero e l’altro, resta il risultato – due reti e tre punti – ma anche la sensazione, per Spalletti, di avere ancora molto da decifrare.

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